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Il bell'Antonio Recensione


Il bell'Antonio Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Fra i tantissimi autori del nostro cinema che hanno attinto a piene mani al romanzo, non si è certo risparmiato Mauro Bolognini: passando per i vari Moravia, Tobino, Svevo, Patti e Pratolini ha tratto il suo Il bell'Antonio dal romanzo di Vitaliano Brancati. La storia è quella di un giovane che, in una Catania fascista, trascina le sue giornate tra una conquista e l'altra fino al matrimonio, combinato dal padre per interesse, con la altrettanto bella Barbara.

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Il matrimonio sarà però annullato una volta scoperto quel “problema” che Antonio aveva sempre cercato di nascondere a tutti, oltre che a se stesso: la sua impotenza.

Brancati affronta un tema scabroso per l'epoca e scomodo anche oggi, tratteggiando un personaggio indimenticabile, parte di un quadro della mascolinità siciliana completato dalle figure di “Paolo il caldo” e “Don Giovanni in Sicilia”, dalle quali furono tratte altrettante versioni cinematografiche. Figure che sembravano nate apposta per il cinema. Il bell'Antonio prese il volto di Marcello Mastroianni, simbolo per eccellenza di quel maschio mediterraneo, a volte povero ma sempre bello, che avrebbe fatto la fortuna del nostro cinema nel mondo. E nonostante Brancati per il cinema avesse scritto tanto, sceneggiando più di venti pellicole, per Il bell'Antonio toccò a Pierpaolo Pasolini, maestro nello scrivere il cinema. Ma Bolognini, che non era Visconti, girò una pellicola più schiava del testo che fedele, riuscita sì ma solo a eccezione del romanzo, che come spesso accade è troppo rispetto al troppo poco che lascia il film.

Comincia nella penombra di una camera romana, con una donna che si dispera mentre Antonio fuma distratto: sembra Tennessee Williams, ma non appena la scena si sposta a Catania l'atmosfera si fa tutta italiana, nelle chiacchiere con gli amici, nei pettegolezzi al balcone, nelle battutacce alla festa; si gira attorno al tema della storia scherzando sulle corna, sull'odore di femmina, sul fuoco sotto le sottane. È così che il film, indeciso se imboccare la strada del dramma o quella della commedia, finisce per prenderle tutte e due: quella buia di Antonio, triste e schivo nel suo elegante vestito nero, e quella solare e giocosa del padre che riporta la pellicola sul tono tipico della commedia all'italiana, anche quella che più indulge alla risata; strade parallele che si incontrano continuamente in Chiesa, presente in ogni angolo di una Sicilia che odora di santi anche dentro casa.

Il bell'Antonio prese il volto di Marcello Mastroianni, simbolo per eccellenza di quel maschio mediterraneo, a volte povero ma sempre bello, che avrebbe fatto la fortuna del nostro cinema nel mondo.



Un adattamento cinematografico un po' in affanno nel tentativo di percorrere tutto il romanzo che, seppur non particolarmente lungo, aveva il respiro di una grande storia e un equilibrio tragicomico che stava tutto nella penna miracolosa di Brancati. Forte di interpreti di prim'ordine come Mastroianni, una giovanissima Claudia Cardinale e soprattutto Rina Morelli (nota al cinema anche come doppiatrice) nella parte della madre del protagonista, la pellicola uscita nel 1960 lusingava un vasto pubblico, portando sullo schermo l'immagine eternamente fotogenica di una Sicilia mascolina e maschilista. A sessant’anni di distanza Il bell'Antonio invecchia bene, diventa un piccolo classico del nostro cinema e finisce a buon diritto nella lista dei 100 film italiani da salvare.

di Cristiano Salmaso
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