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La trincea infinita, opera del 2019 diretta a sei mani dai registi baschi Jon Garaño, Jose Mari Goenaga e Aitor Arregi e candidata a ben 15 premi Goya in una edizione monopolizzata da Dolor y Gloria di Pedro Almodovar, diventa disponibile in streaming sulla piattaforma Netflix. Il film, ispirato a una storia vera, ripercorre, la drammatica esperienza di un oppositore al regime franchista che, per paura o viltà, sceglie di rimanere nascosto in un rifugio realizzato presso la propria abitazione.

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Il film, ambientato in un piccolo paesino dell’Andalusia, prende l’avvio nel 1936, anno di inizio della guerra civile spagnola. Qui vive Higinio insieme alla giovane moglie Rosa. Una notte, l’uomo viene catturato dai miliziani franchisti a seguito di una denuncia di Gonzalo, un vicino di casa, ma riuscirà a fuggire. Tornato a casa, si rifugia in una intercapedine del muro invisibile dall’esterno. Una prigione presso la quale trascorrerà oltre trent’anni della sua esistenza sino a quando, nel 1969, il Generale Franco, per celebrare l’anniversario della vittoria e della sua salita al potere, concesse un’amnistia agli oppositori politici. La trincea infinita ripercorre quindi la penosa vicenda comune a vari oppositori al regime, della cui esistenza si venne a sapere solo dopo l’amnistia del 1969 e che, per aver trascorso tutti quegli anni invisibili agli occhi della nazione, vennero definiti “talpe”. La sceneggiatura di Luiso Berdejo e Jose Mari Goenaga, pur senza particolari picchi, riesce a mantenere costante l’interesse dello spettatore per quasi due ore e mezza e pone l’accento soprattutto sulla difficile condizione di vita, fisica e psicologica, dei due coniugi.

La figura dell’uomo, tenuto prigioniero dalle proprie paure e dall’ormai totale incapacità di ribellione, diventa metafora di tutta una nazione, vissuta per oltre trent’anni in una condizione di clausura nei confronti del mondo.

Si assiste anche al lento scorrere del tempo, che i registi sottolineano mostrando i lenti mutamenti degli usi e dei costumi della società che avvenivano anche nella Spagna chiusa e arretrata del periodo franchista. Ciò che non muta è la condizione di prigionia autoimpostasi da Higinio.

Proprio la figura dell’uomo, tenuto prigioniero dalle proprie paure e dall’ormai totale incapacità di ribellione, diventa metafora di tutta una nazione, vissuta per oltre trent’anni in una condizione di clausura nei confronti del mondo. Di un popolo incapace di reagire alla propria condizione di sottomissione dalla quale si liberò solo con la morte di Franco, avvenuta nel 1975. Il senso di sicurezza che Higinio percepisce solo quando si trova rinchiuso nel proprio nascondiglio, dal quale vede scorrere la vita attraverso un foro nascosto nel muro, può essere benissimo esteso a tutto un popolo, piegato da un regime che gli permetteva solamente di spiare il mondo, senza poterlo vivere realmente.



La trincea infinita è un film claustrofobico nel quale manca l’aria e dove tutto sa di chiuso. I muri dell’appartamento di Higinio e Rosa, i pesanti tendaggi che nascondono l’uomo agli occhi del mondo, fanno da scenario a una vicenda nella quale vediamo lentamente invecchiare i due protagonisti, che però vivono la loro prigione in maniera differente. Higinio con gli anni maturerà un senso di sconfitta, di fallimento tale che lo porterà a dire a un amico del figlio, oppositore clandestino del regime e nascosto per un breve periodo con lui nel rifugio, di lasciar perdere la politica e di dedicarsi alle ragazze e al divertimento. Rosa, dal canto suo, combattiva e mai piegata dalla propria condizione, non smetterà mai di sperare una vita diversa. Sognando per tutto il tempo il momento in cui potrà, finalmente, vedere il mare, luogo utopico di una luna di miele mai avvenuta. I due personaggi principali rappresentano le due facce di una stessa nazione, piegata su stessa per tanti decenni oscuri e polverosi ma che, in qualche modo, ha sempre sperato di poter vedere, un giorno, la luce del sole. Il film si regge soprattutto sull’ottima prestazione dei due attori principali. Il malagueño Antonio de la Torre, affermato attore iberico, si presta bene a un ruolo che lo vede interpretare nuovamente il personaggio di un “sepolto vivo”. Lo abbiamo visto infatti nel recente Una notte di 12 anni di Alvaro Brechner prestare ottimamente il volto a José Mujica, futuro presidente dell’Uruguay. Belén Cuesta che, per questa interpretazione, ha ottenuto il prestigioso premio Goya, dal canto suo è bravissima a donare al personaggio di Rosa tutte le sfumature psicologiche necessarie a delineare il carattere di questa donna forte.

di Marcello Perucca
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