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Gretel e Hansel Recensione


Gretel e Hansel Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Tutti noi conosciamo la favola di Hansel e Gretel scritta dai fratelli Grimm: una coppia di giovani fratelli si perdono nel bosco e trovano un'invitante casetta fatta di marzapane e dolciumi. Incuriositi, si avvicinano e vengono invitati a entrare da una dolce vecchina che offre loro ogni leccornia.

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Salvo poi scoprire che quella vecchietta altro non è che una strega ghiotta di carne di bambini! La storia è stata trasposta per il grande e piccolo schermo decine di volte, riletta in chiave fantasy, musical, commedia e ovviamente horror, una caratteristica di cui le fiabe dei fratelli Grimm erano intrise. Tra gli adattamenti più interessanti della celebre favola ci sono il mediometraggio diretto da Tim Burton nel 1992, la trasposizione italiana prodotta da Lucio Fulci per Reteitalia (mai trasmessa, perché ritenuta troppo violenta e disturbante) e a opera di Tommy Wirkola, in cui i due ragazzini, ormai adulti, sono impegnati a una spietata caccia alle streghe. Insomma, nonostante le numerosissime trasposizioni e nonostante la storia di base resti sempre la stessa, ogni regista (cinematografico, televisivo o teatrale) ha saputo reinterpretare la fiaba con spunti originali e sempre differenti, modellando la storia (e prendendosi le necessarie libertà) per adattarla al meglio a linguaggio e atmosfera. Non fa eccezione quest'ultima versione che, sin dal titolo Gretel e Hansel, mette in chiaro chi sia la vera protagonista. D'altra parte se affidi il ruolo a Sophia Lillis (la giovane Beverly Marsh di It, ma anche e soprattutto la protagonista delle serie tv Sharp Objects e I am not okay with this!) non può che essere così dato la sua bravura e capacità di calamitare la scena!

Quello che differenzia davvero questa trasposizione è l'atmosfera che Oz Perkins recupera dalla fiaba originale, portandola sullo schermo come un racconto oscuro, pauroso ed estremamente realistico. La storia dei fratelli Grimm viene filtrata attraverso le atmosfere e l'estetica del The Witch di Robert Eggers. Questa idea, tanto semplice quanto efficace, getta immediatamente l'adattamento sotto una nuova luce: quella dell'horror folkloristico che sta sempre più tornando di moda nell'ultimo periodo, grazie proprio al successo del film di Eggers.

Quello che differenzia davvero questa trasposizione è l'atmosfera che Oz Perkins recupera dalla fiaba originale, portandola sullo schermo come un racconto oscuro, pauroso ed estremamente realistico.

Sin dal trailer e dalla locandina viene chiarito che in Gretel e Hansel non ci sarà nessuna casetta di marzapane, sostituita da un'abitazione dal tetto appuntito, costruita con un legno tanto scuro da sembrare nero e che richiama l'architettura espressionista tedesca. Insomma, un posto non certo invitante e ospitale per dei bambini (ma in realtà nemmeno per gli adulti!). Ma se la prima parte del film è caratterizzata da una ricostruzione storica abbastanza accurata e veritiera, quando i due giovani protagonisti arrivano a casa della strega, tutto svolta in favore di una filosofia di emancipazione da una società patriarcale e opprimente. Sia la strega sia Gretel (la quale ha lo stesso taglio corto di Beverly Marsh, un bel pugno negli occhi per una ragazzina del 1800) sembrano portare avanti, ognuna a modo loro, questa lotta per l'affermazione femminile.

Il che, in realtà, non stona affatto nel contesto del film, soprattutto quando questo diventa un testa-a-testa tra le due per primeggiare l'una sull'altra. La chiave di volta di Gretel e Hansel rimane comunque l'atmosfera cupa e opprimente, grazie a un comparto visivo molto curato e suggestivo. Scenografie e fotografia infatti sono davvero in grado di mettere a disagio anche lo spettatore più avvezzo al genere, ancor più per il fatto che gran parte dell'azione è priva di dialoghi. Le inquadrature ricercano sempre la simmetria e molti dei (pochi) dialoghi sono recitati in primi piani, direttamente in camera, in faccia allo spettatore. Insomma, scelte registiche particolari, suggellate da una fotografa che porta alla mente quella surreale e tipica di alcuni film di Mario Bava (un esempio su tutti: da dove arriva quell'abbagliante fascio di luce rossa che esce dal fitto del bosco notturno?). Insomma, una boccata di aria fresca che si contrappone alla corrente di horror contemporaneo dominata da James Wan, che vuole riportare il genere alle sue radici più letterarie e oscure. Oltre a essere un ottimo modo di redimersi del regista Oz Perkins dopo il deludente Sono la bella creatura che vive in questa casa. Molto meglio se continua su questa strada!

di Marco Filipazzi
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