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Recensione Silenzio in sala
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Presentato in Italia, durante il lockdown, in anteprima su Prime Video, Bombshell è una storia di donne forti, con coraggio da vendere. Un tallone insanguinato coperto prontamente da un paio di tacchi fucsia scintillanti: questa immagine è la metafora perfetta per i fatti che il film ci vuole raccontare, una storia di abusi sul posto di lavoro, avvenuta molto prima del movimento #metoo e - anzi - vero e proprio punto di partenza per arrivarci.

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L’oggettificazione della donna da parte di uno dei network più seguiti in America: Fox News, canale di informazione piuttosto organico, sul quale non erano ammesse critiche né frecciatine contro il governo da parte delle conduttrici. Le conduttrici in questione, sempre bellissime, truccatissime e strizzate in tubini color pastello, sono le protagoniste della vicenda. Megyn Kelly (Charlize Theron) ci accompagna all’interno degli studio, per introdurci alla storia con una delle immagini più simboliche del film: «C’è un perché se il tavolo è trasparente». Piccolezze quotidiane, come tavoli trasparenti e gonne troppo corte, facevano parte di un marcio insinuato ormai alla radice di un circolo che nessuno aveva il coraggio di smantellare.

Se non Gretchen Carlson (Nicole Kidman), denominata Miss America, per la sua vittoria al concorso di bellezza in giovane età. Stanca di abusi verbali, e non solo, da parte dei colleghi, decide di andare contro il gigante della notizia da sola. Nell’estate del 2016 innesta la miccia della bomba che avrebbe fatto esplodere Fox News e ci avrebbe portato fino a Weinstein.

Un tallone insanguinato coperto prontamente da un paio di tacchi fucsia scintillanti: questa immagine è la metafora perfetta per i fatti che il film ci vuole raccontare, una storia di abusi sul posto di lavoro, avvenuta molto prima del movimento #metoo.

La Carlson incoraggia tutte le donne a denunciare gli abusi, taciuti per mantenere il posto di lavoro. Dopo il licenziamento, sfida il capo della Fox News, Roger Ailes, con una causa per moleste sessuali. È così che il “codice del silenzio” viene spazzato via da un flebile sussurro che diviene un’onda che travolgerà i colpevoli. E anche le vittime.

Persino quelle giovani e ancora entusiaste del mondo, come Kayla Pospisil (Margot Robbie), unico personaggio non reale del film, che raccoglie un insieme di personalità e testimonianze e ci vuole rappresentare l’entusiasmo e l’ingenuità di una nuova leva di questo ambiente; sia chi ha ormai una carriera consolidata e ed è già nel mirino per domande che non dovevano essere fatte, come Megyn Kelly, una delle ultime a testimoniare degli abusi. Kelly era ormai un personaggio pubblico affermato e se avesse parlato delle avances di Ailes sia lei che la sua famiglia sarebbero finiti sotto ai riflettori.

Vediamo quindi nel film come si evolve il personaggio e il suo pensiero, fino alla decisione finale. Tre donne differenti, per carattere ed età, che decidono di unirsi per una lotta comune. È grazie a queste donne che hanno messo in pericolo la loro famiglia, la loro vita e la loro carriera che ora si può parlare di abusi e di violenze sul luogo di lavoro, che non abbiamo più paura di denunciare ciò che non va, di dare forza alla nostra voce. Questo è stato un momento della nostra storia che è stato il catalizzatore del cambiamento. Si è capito che si può essere ascoltate che si può essere credute. Una storia che doveva essere raccontata con una sceneggiatura lineare e, in alcuni punti, intelligentemente didascalica, proprio come Charles Randolph aveva fatto anche con La Grande Scommessa.

di Samantha Ruboni
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