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Buio Recensione


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Recensione Silenzio in sala
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In questi tempi difficili per il cinema a causa delle chiusure imposte dall’emergenza legata alla pandemia, c’è da plaudire all’iniziativa degli Esercenti Cinematografici che hanno permesso in “direct to video” la visione in VOD di Buio, primo lungometraggio di Emanuela Rossi. Buio è la storia della diciasettenne Stella, che vive insieme alle sorelle più piccole Luce e Aria con il padre, in una casa sulla collina, dove la luce del sole non penetra mai.

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Le finestre sbarrate, gli spessi teloni di plastica posti di fronte alla porta a formare una sorta di camera di decontaminazione, ci immergono subito in un clima post-atomico, di catastrofe ambientale. Infatti le ragazze, che non escono mai di casa, attendono tutto il giorno il padre indossando una tuta termica e una maschera antigas. E la descrizione di uno scenario da apocalisse che l’uomo fa di ciò che accade fuori è drammatica. I suoi racconti descrivono una società ormai in preda al caos dove, per procurarsi il cibo, spesso si è costretti a uccidere. Un giorno, il padre misteriosamente non torna a casa. È arrivato per Stella, che vive costantemente nell’intenso ricordo della madre morta, il momento di affrontare il mondo esterno. Imbacuccata in una tuta da sciatore e con un casco da motociclista a protezione delle radiazioni che potrebbero danneggiarla, decide di scendere in città per procurarsi i generi alimentari necessari a lei e alle sorelle per non morire di fame.

È una riflessione sulla nostra società: il padre autoritario, dispotico, violento che priva le figlie della loro libertà è il simbolo di una società patriarcale che riduce i limita delle donne, restringendo la loro libertà di azione alla famiglia.

Qui scoprirà che, in realtà, il mondo è molto diverso da quello al quale ha sempre creduto. La vita scorre normalmente, con le persone che fanno la spesa nei centri commerciali e i suoi coetanei che si ritrovano a gruppi a conversare e a ballare il rap.

Curioso come questo film esca proprio in questo particolare momento storico. La segregazione delle tre ragazze diventa, oggi, metafora del confinamento al quale tutti noi siamo costretti. Con un nemico invisibile e sconosciuto che attenta alla nostra sicurezza.

Ma, ovviamente, Buio va al di là del nostro attuale presente. È una riflessione sulla nostra società: il padre autoritario, dispotico, violento che priva le figlie della loro libertà è il simbolo di una società patriarcale che limita i diritti delle donne, restringendo la loro libertà di azione alla famiglia.

Nel film è Stella che manda avanti la casa e che fa da madre alle sorelline più piccole, mentre il padre è quasi sempre fuori di casa. Buio è un’opera che oscilla fra le atmosfere del thriller – il sangue sulle pareti che vediamo nell’incipit ci fa percepire che si è consumato un delitto – e quelle di un film di fantascienza ambientato in un futuro distopico. Si avvale dell’ottima prova attoriale delle tre giovani protagoniste: Olimpia Tosatto nel ruolo della piccola Aria, Gaia Bocci in quello di Luce e Denise Tantucci che dà il volto a Stella, mentre nel ruolo del padre rivediamo con piacere il bravo Valerio Binasco. Ma è soprattutto la fotografia di Marco Graziaplena che restituisce quel senso di inquietudine e quel sentore di morte che esala dalla società descritta. Le tre giovani si aggirano nella casa sbarrata quasi come fantasmi, emblemi di una umanità che avanza, con passi da gigante, verso il punto di non ritorno.

Da questo punto di vista Buio è un film premonitore, come spiega la stessa regista quando si domanda se «c’era bisogno di arrivare a questa pandemia per accorgersi che qualcosa non andava», chiedendosi poi se non avevamo avuto già sufficienti segnali. Il mondo che trova Stella fuori dalle mura domestiche è un mondo senza adulti, dove i giovani sono lasciati soli (un po’ come i ragazzi del «Friday for future», come li paragona la regista). Un piccolo film, girato con budget ridotto ma decisamente interessante. Che tratta temi attualissimi ai quali tutti noi faremmo bene a prestare particolare attenzione.

di Marcello Perucca
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