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Negli ultimi anni due autori esordienti si sono imposti nel panorama horror (parliamo della fetta meno mainstream e decisamente più interessante per questo genere) suscitando da subito l'entusiasmo di critica e pubblico. Il primo è Robert Eggers, che nel 2015 fece riscoprire al mondo il fascino del folk-horror, a suon di atmosfere rarefatte, orrore impalpabile, tensione crescente e soprattutto un mix perfetto di leggende popolari e realismo spietato.

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L'altro è Ari Aster che con Hereditary - Le radici del male ha raccolto il plauso della critica distinguendosi anche lui per il suo stile lento, la tensione diluita e un'impostazione autorale (da intendersi il senso non positivo, piuttosto più sbilanciato verso lo snob). Un anno dopo Hereditary, Aster ritorna con Midsommar (terribilmente sottotitolato Il villaggio dei dannati in italiano), dove sostanzialmente rielabora la maggior parte dei temi già messi in scena nel suo esordio. E con temi non si intendono solo le linee distintive che sono tipiche di alcuni registi e accomunano la gran parte delle loro filmografie (ad esempio la "nuova carne" dei film di Cronenberg, i deliri onirici di Lynch, la vena politica di Carpenter e Romero): per Aster "temi" vuol dire le stesse linee narrative del film precedente!

Una morte violenta provoca un trauma nel/nella protagonista (in questo caso Dani) e mette a dura prova il rapporto sentimentale con il suo fidanzato (in Hereditary era un rapporto coniugale) che già sta andando a pezzi. Il ragazzo non se la sente di mollarla e la invita ad andare con lui e i suoi amici in Svezia, a partecipare a un festival pagano che si tiene ogni novant’anni. Lì verranno in contatto con culto oscuro che si insinua poco a poco sino a esplodere nel finale (una progressione simile a quella del film d'esordio), attraverso morti violente a base di crani fracassati (un feticismo di Aster probabilmente).

La trama è semplice, lineare e non riserva particolari colpi di scena. La quasi totalità della critica ha comunque gridato al capolavoro dell'horror moderno, dove non è la storia in sé a colpire, ma la sua messa in scena.

Non ci sentiamo di definire Ari Aster il nuovo guru dell'horror contemporaneo, anzi, viene persino il dubbio che Midsommar possa essere etichettato come horror.

Come già detto per Hereditary, infatti, e di questo gli va dato atto, Ari Aster ha sicuramente una gran perizia tecnica, un occhio incredibile per i dettagli e un grande fuoco per dirigere gli attori (la protagonista Florence Pugh in particolare, la cui recitazione sembra quasi esasperata in molti momenti drammatici del film). Gli va anche dato merito di aver realizzato un film horror il cui tema centrale (occulti riti pagani) è decisamente cupo, eppure è portato sullo schermo a suon di colori sgargianti, dove dominano il bianco, l'azzurro e i motivi floreali, il tutto illuminato dall'abbagliante luce del sole perenne dell'estate scandinava e incorniciato da un paesaggio da cartolina. Insomma, quanto di più lontano dagli stereotipi classici dell'horror e diametralmente opposto ai toni nero/grigi di Hereditary.

Però (perché c'è un però) Midsommar - Il villaggio dei dannati dura 2 ore e 27 minuti, ed esiste anche una versione estesa di altri 25 minuti, che lo porta molto vicino alla durata di 3 ore.

Ciò che definisce per antonomasia un horror è la tensione narrativa, tensione che è semplicemente impossibile mantenere per due ore e mezza o addirittura tre. Perciò Aster è come se giocasse in difesa, non tenendoci sul filo del rasoio, ma esasperandolo, diluendo le scene, allungando le inquadrature sino allo sfinimento, stordendoci con una marea di dettagli, molti dei quali "premonitori" e anticipando di continuo allo spettatore ciò che avverrà sullo schermo nel breve e nel lungo termine. Ci rende frustrati e confusi, proprio come i protagonisti. Forse varrebbe la pena provare a guardare il film sotto l'effetto di qualche sostanza stupefacente; immergersi totalmente in questo mondo psichedelico e pseudo-hippy proprio come fanno i protagonisti, tra una tisana di funghi allucinogeni e una pozione "ai peli pubici", perdendosi in un delirio contro il quale non possono fare che farsi travolgere. Ma non ci sentiamo di definire Ari Aster il nuovo guru dell'horror contemporaneo, anzi, viene persino il dubbio che Midsommar - Il villaggio dei dannati possa essere etichettato come horror da quante poche caratteristiche tipiche del genere sono presenti nel film. È molto più sbilanciato verso il disturbing-drama. Anche le esplosioni di violenza (per quanto crude, spietate e perfettamente credibili sullo schermo) sembrano dosate con il contagocce.

di Marco Filipazzi
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