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Favolacce Recensione


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Favolacce è il secondo film dei bravi Fabio D’Innocenzo e Damiano D’Innocenzo, i due fratelli romani che si sono fatti notare con La Terra dell’Abbastanza (vincitore ai Nastri d’Argento 2018 come Miglior Regista Esordiente), che parlava dell’appiattimento delle coscienze in una periferia senza scampo che mette a tacere morale e sentimenti. Anche Favolacce, presentato in concorso al Festival di Belino 2020, ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura e anche Favolacce racconta la periferia romana e le sue contraddizioni; ma sceglie un registro inedito, quello della favola nera, o meglio, dell’horror.

Una comunità di famiglie vive in un quartiere residenziale immerso nel verde.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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I genitori non sono né ricchi né poveri. Qualcuno ha perso il lavoro, ma sa arrangiarsi, e sembra che ai loro figli non manchi nulla: un bel giardino, la possibilità di giocare insieme, la scuola, nella quale tra l’altro i bambini hanno quasi tutti bei voti. Questi genitori, però, appaiono particolarmente feroci, quasi sadici, indifferenti al mondo dell’infanzia, e lo si evince da piccoli episodi, da alcune espressioni che usano, quando denigrano o sminuiscono le distrazioni o i sogni dei ragazzini. Persino quando salvano loro la vita da un boccone andato storto, o si preoccupano del loro rendimento scolastico, risultano crudeli. Per questi genitori, presi da reciproche maldicenze e invidie, sembra che l’infanzia, semplicemente, non esista. C’è chi tratta il figlio come un suo pari, un amico col quale condividere scorribande e conquiste; c’è chi recita il ruolo dell’educatore con freddezza e disumanità, arrivando a usare le botte come punizione. Non si tratta di un ceffone, si tratta di un pestaggio operato nel silenzio e in un angolo di strada, come si fosse un conto da regolare tra adulti, per questo di inaudita violenza.

Favolacce denuncia un’infanzia negata, ma al contempo la nega. È una storia del terrore senza un eroe che combatte, nella quale ogni carnefice è anche vittima e ogni vittima risulta al contempo spaventosa.

Nessuno di loro è in grado di condividere qualcosa col proprio figlio, né di rispettare l’innocenza e la magia del suo mondo. E qui si rileva il limite del film: neppure la regia rispetta questa differenza.

Infatti se Favolacce è un film di denuncia sociale e umana e rileva con efficacia e maestria le derive dell’ignoranza, dell’indifferenza e del sadismo dei genitori, grazie a un cast perfetto (Elio Germano, Barbara Chichiarelli, Giulia Melilio, Max Malatesta), mette sullo stesso piano le reazioni dei bambini e quelle degli adulti. Tutti i ragazzini infatti, compresa una giovanissima coppia con un neonato, sono perfettamente consapevoli della corsa verso il nulla verso la quale sono spinti. Questa prospettiva, che vorrebbe far parte del mondo delle "favolacce", delle fiabe al contrario in un mondo onirico-distopico dove tutto finisce male, sembra più un virus che una scelta, perché mal si accorda con la naturale tendenza del bambino ad accettare le più improbabili situazioni, reagendo con resilienza o assimilandole, diventando cioè un ribelle oppure un clone.

Favolacce orchestra con una sceneggiatura serrata il dramma sociale e ormai, diciamolo, nazionale, dell’infanzia abolita e non riconosciuta.

Ma risulta un film indigesto, sgradevole, grottesco. Come se gli ingredienti usati dai registi, tutti buoni, risultassero stranamente dosati. Favolacce denuncia un’infanzia negata, ma al contempo la nega. È una storia del terrore senza un eroe che combatte, nella quale ogni carnefice è anche vittima e ogni vittima risulta al contempo spaventosa. I bambini sono anche un po’ nani deformi, nella loro apparente graziosità e bravura, ma non sono bambini veri, esattamente come i grandi, che non sono genitori veri, ma mostri. Mostri che ci somigliano, e per questo fanno ancora più paura, ma sempre meno terribili di quei bambini ostinatamente suicidi.

di Emanuela Di Matteo
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