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Casting JonBenet Recensione


Casting JonBenet Recensione

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Parlare di un crimine in maniera originale e con molteplici punti di vista? È ciò che cerca di fare Kitty Green con Casting JonBenet. La regista decide di parlare del caso irrisolto dell’omicidio della reginetta di bellezza JonBenet, da una prospettiva inedita, documentando il casting che la regista realizza per ricostruire l’omicidio della bambina.

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Gli attori sono non professionisti e vivono tutti nella comunità dove è accaduto il caso.

Il 26 dicembre 1996 la famiglia Ramsey denunciò la scomparsa della figlia JonBenet. Otto ore dopo John Ramsey, il padre, trovò il cadavere della figlia nella cantina della loro abitazione. La bambina era stata strangolata, aveva una ferita alla testa e presentava segni di violenza. La madre trovò inoltre una lettera, sulle scale che portavano alla cantina, con una richiesta in denaro. Il caso non fu mai risolto, troppe le prove inquinate e troppi i fatti che non coincidevano nelle dichiarazioni dei genitori e indagati. Inoltre il caso ebbe una grande eco mediatica che depistò sia i detective sia l’opinione pubblica diventando un caso nazionale.

Quello che Green vuole fare non è parlare del caso, ma della versione distorta che ognuna delle persone intervistate ha riguardo all’accaduto.

Al punto che tutti, ancora oggi, hanno una propria opinione a riguardo e una propria pista, come in una avvincente serie crime di cui non abbiamo ancora scoperto l’assassino.

Il metodo adottato da Kitty Green, il casting, permette di avere molteplici visioni e opinioni sul caso e su quello che pensa la comunità. Soprattutto, però, sottolinea come il caso sia divenuto popolare, a causa della gestione e del trattamento dei media. Nel ritratto delle famiglie che si recano ai provini e di tutte le tipologie di bambine urlanti, truccate da adulte e che si atteggiano a tali (proprio come la vittima), il film denuncia il furto dell’infanzia di JonBenet e delle altre come lei.

Quello che Green vuole fare non è parlare del caso, ma della versione distorta che ognuna delle persone intervistate ha riguardo all’accaduto (una modalità già adottata nel cortometraggio The Face of Ukraine: Casting Oksana Baiul).

Il casting viene realizzato per i personaggi principali: la madre, il padre, JonBenet, il fratello e un pedofilo non bene identificato. Tutto viene girato come un vero e proprio casting, con telecamera fissa sull’attore e uno sfondo neutro che è parte della casa ricostruita per il film finale oppure di un colore neutro. Le domande poste agli attori permettono allo spettatore di farsi un’idea sul caso, distorta però e mai oggettiva. Sta al pubblico decidere quale informazione e opinione prendere buona, decidere quale pista seguire per avere un suo punto di vista sul caso, proprio come sfogliare giornali e riviste e capire cosa sia vero e cosa no. Il finale è la vera ricostruzione che ha dato il via al processo di casting, dove vediamo all’opera gli attori che abbiamo visto e ascoltato fin qui. Nella ricostruzione della casa dove è avvenuto l’omicidio, ogni teoria del caso viene messa insieme, una di fianco all’altra, in concomitanza. Un metodo che va ben oltre il processo, che non ci dà risposte, ma che diviene pura arte.

di Samantha Ruboni
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