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3 from Hell Recensione


3 from Hell Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Il finale de La casa del Diavolo, quello in cui Otis, Baby e Capitan Spaulding corrono a tutta velocità incontro a un posto di blocco della polizia, venendo crivellati di colpi mentre in sottofondo scivola Free Bird dei Lynyrd Skynyrd, è uno dei finali più perfetti di sempre. Non solo bello da vedere, sincronizzato in un’armonia di montaggio e musica che ha del surreale, ma proprio perfetto per un sacco di motivi.

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Per la chiusura della saga iniziata con La casa dei 1000 corpi, per l'arco narrativo dei personaggi, per la storia che si è fatta sempre più crepuscolare e spietata, passando dallo slasher al road-movie polveroso, con atmosfere western che richiamano Sam Peckinpah e Sergio Leone, per la morale che si porta dietro. E poi è diventata immediatamente una delle scene più iconiche dell'horror del nuovo millennio. Insomma, andava benissimo così: nessuno sentiva davvero la necessità di rispolverare quella storia che sì, era stata un bellissimo trip, ma si era conclusa in modo altrettanto bellissimo.

Ecco, probabilmente lo pensavano tutti meno che Rob Zombie il quale annunciò la conclusione della trilogia sulla famiglia Firefly con 3 from Hell. Un'operazione che, già sulla carta, sapeva di bruciato (per non dire peggio); solitamente è quello l'odore dei "sequel tardivi", sfornati fuori tempo massimo solo per rivangare un po' di nostalgia nei fan (da La casa del Diavolo sono trascorsi ben 14 anni!). E, soprattutto, come si può andare avanti a raccontare una storia dopo una sequenza come quella di cui sopra? Che Rob Zombie fosse in crisi creativa lo si era capito da tempo e 3 from Hell non è altro che la conferma di questo mood negativo. Un film che parte stanco e cerca di fregare lo spettatore, trattandolo come un dummy qualsiasi.

La storia si snoda come una riscrittura svogliata de La casa del Diavolo, dove l'unica nota davvero interessante è l'ammiccamento ai prison-movie al femminile con un paio di scene con Baby protagonista.



Dopo la terribile sparatoria, Baby, Otis e Capitan Spaulding riescono miracolosamente a sopravvivere... tutti e tre! Inizia quindi un processo che li trasforma in vere e proprie celebrità. Ne deriva che Capitan Spauldin viene condannato a morte; Otis riesce a evadere e vendicarsi del cacciatore di taglie Danny Trejo e a sua volta farà evadere (in modo a dir poco imbarazzante) anche Baby con cui scapperà in Messico. La trama del film è più o meno tutta qui.

Ok, nessun film di Rob Zombie ha trame arzigogolate ma il problema qui è la sciatteria della scrittura, la pigrizia delle soluzioni narrative, la svogliatezza della regia che non ha nemmeno un grammo della grinta dei film precedenti. Qua e là ci sono anche degli spunti interessanti, ma sono trattati in maniera superficiale o ignorati del tutto. Per esempio, il circo mediatico attorno al processo... ci sarebbe stato bene un bel parallelismo con altri processi a famosi serial killer come Ted Boundy o Charles Manson e invece tutto si risolve in un paio d'interviste ai manifestanti davanti al tribunale e si passa oltre.

Più precisamente all'esecuzione di Capitan Spaulding (uno dei "tre dall'Inferno" del titolo) che viene liquidato dopo un paio di scene; giusto il tempo di un ultimo monologo (ma anche qui, dimenticate la sua proverbiale ferocia nelle parole) a nemmeno 15 minuti dall'inizio del film (che dura quasi 2 ore!). Sì, è vero, le condizioni di salute dell'attore Sid Haig (morto praticamente in contemporanea alla limitatissima uscita del film in USA) erano molto gravi, ma così è prendere in giro il pubblico. Anche perché il terzo personaggio messo lì a giustificare il “3” del titolo è un fratello mai visto né sentito nei film precedenti. Una specie di brutta copia di Otis che non ha nessun vero tratto distintivo per il pubblico e scivola in un anonimato imbarazzante. E pensare che a interpretarlo c'è Richard Brake, che in 31 aveva dato fisicità all'iconico clown Doom-Head.

La storia si snoda come una riscrittura svogliata de La casa del Diavolo, dove l'unica nota davvero interessante è l'ammiccamento ai prison-movie al femminile con un paio di scene con Baby protagonista. Ma Sheri Moon Zombie, a 50 anni, non ha più la presenza scenica di un ventennio fa, oltre al fatto che a suon di smorfie e vocina stridula (oltre che occupare una quantità di minutaggio davvero eccessiva!) diventa parecchio irritante. Rob Zombie si ridesta verso il finale, con una bella sparatoria contro una gang messicana, che cerca di risollevare le sorti del film, ma è inutile dire che questa scena da sola non basta a giustificare un film davvero becero, lontanissimo dai fasti passati del regista. Speriamo solo che ritrovi un po' della vecchia grinta. Nel frattempo continuiamo a pensare che i film sulla famiglia Firefly siano un dittico, dimenticandoci di questo terribile scivolone e fingendo che non sia mai stato girato.

di Marco Filipazzi
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