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American Skin Recensione


American Skin Recensione

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Presentato alla 76esima Biennale di Venezia e vincitore della sezione Sconfini come miglior film, American Skin è il secondo lungometraggio di Nate Parker dopo lo storico The Birth of a Nation. Prodotto da Spike Lee, American Skin inizia con la polizia che ferma una macchina: all’interno c’è Lincoln Jefferson e il figlio K.J di soli 14 anni.

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I due vengono controllati con la scusa della velocità, anche se in realtà non andavano così forte; da qui comincia una sorta d’interrogatorio seguito da un’ispezione, che sembra portare a trovare una qualsiasi prova di qualcosa che non va. Padre e figlio sono impauriti, in macchina, con le mani alzate e le torce puntate in faccia. Ogni loro minimo movimento deve essere spiegato al poliziotto, che intanto ha trovato solo che l’assicurazione è scaduta. Lincoln spiega che ci deve essere un errore, ma con quella scusa viene fatto uscire dalla macchina. Il figlio capisce che c’è qualcosa che non va e tira fuori il telefonino per filmare l’accaduto. Il poliziotto chiede quindi anche a K.J di uscire dalla macchina e di mettere via il telefono. Ma sull'esitazione del ragazzo succede la tragedia.

Ieri Michael Brown, oggi George Floyd, brutalmente soffocato a sangue freddo con la faccia schiacciata sull’asfalto dal ginocchio di un poliziotto bianco.

È una sequenza iniziale agghiacciante e potente, che Parker gira con un forte realismo immergendoci in una di quelle situazioni purtroppo fin troppo note. È solo l’inizio di un film che possiamo definire diviso in tre sezioni: la prima parte, quella del fatto avvenuto; la seconda, dove uno studente di cinema vuole realizzare un documentario sulla vicenda; la terza, dove avviene il confronto diretto tra polizia e comunità black.

Il film ha la capacità di immergerci completamente nel terrore, nell’agonia, nella rabbia e nella sete di giustizia del movimento #BlackLivesMatter, che in questi giorni di nuovo sta smuovendo l’America. Nate Parker ha sviluppato il film dalla notizia dell’omicidio di Michael Brown, nel 2014: un ragazzo neodiplomato di Ferguson, assassinato da un poliziotto bianco.

Si scoprì poi che il ragazzo non solo non era in possesso di armi, ma solo sospettato di furto, ma che in realtà il contatto iniziale non era avvenuto a causa della rapina. Le connessioni tra la rapina e l’uccisione di Brown risultarono da sempre contrastanti.

Ieri Michael Brown, oggi George Floyd, brutalmente soffocato a sangue freddo con la faccia schiacciata sull’asfalto dal ginocchio di un poliziotto bianco. La polizia che dovrebbe difendere e aiutare i cittadini, ma che da quella divisa sembra solo trarre un potere che li fa sentire superiori, perfino alla vita di un essere umano. Una violenza che ha le radici nella paura del diverso e che porta a uccidere piuttosto che a capire. Un punto di vista che Parker riesce a spiegarci molto bene, in un film carico di significati e che oggi è più attuale che mai.

di Samantha Ruboni
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