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Bar Giuseppe Recensione


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Bar Giuseppe, presentato alla 14ª Festa del Cinema di Roma, avrebbe dovuto seguire la normale distribuzione presso le sale cinematografiche: a causa dell’emergenza legata alla pandemia di Covid-19 ciò non è stato possibile e così approda direttamente in streaming sulla piattaforma Raiplay.

Giuseppe (Ivano Marescotti), uomo avanti con gli anni, che gestisce un bar (con annessa pompa di carburante) lungo una strada trafficata in Puglia, perde improvvisamente la moglie: vediamo, infatti, la donna afflosciarsi improvvisamente al suolo nel tentativo di alzare la serranda del bar che manda avanti insieme al marito. Ritrovatosi da solo a gestire il locale, Giuseppe decide di assumere una persona che lo possa aiutare nell’attività al bancone, nonostante il parere dei due figli che vorrebbero, per motivazioni diverse, che lui cedesse l'attività.

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La scelta ricade su una diciottenne di origini africane, Bikira, sbarcata da poco in Italia insieme ai genitori adottivi. Bikira è entusiasta, allegra, e ben presto la relazione con Giuseppe andrà oltre il normale rapporto di lavoro. I due si innamorano, nonostante la notevole differenza di età e si sposano, creando scandalo fra la gente del paese. Nonostante il matrimonio, fra Giuseppe e Bikira non ci sono rapporti sessuali; ma nel momento in cui la ragazza comunica al marito di essere incinta, giurando di non essere mai stata toccata da nessun uomo, Giuseppe non credendole, entra in crisi.

Con Bar Giuseppe, il torinese Giulio Base, autore anche della sceneggiatura, rilegge in chiave moderna il mistero della Natività, riadattandolo ai giorni nostri. Il nome della co-protagonista, Bikira, in swahili vuol dire “vergine”: la storia di Giuseppe e Maria viene qui riproposta in chiave moderna, non senza una certa delicatezza, nel descrivere il rapporto fra il personaggio di Ivano Marescotti e quello di Virginia Diop. Giuseppe, che come hobby ha quello della falegnameria, è un vecchio taciturno che non guarda in faccia nessuno; accoglie nel suo bar tutti, senza differenza di idee e colore della pelle.

Ivano Marescotti è molto bravo a interpretare il suo Giuseppe, un uomo affranto dal dolore per la perdita della donna con la quale ha vissuto tutta la vita e che tenta di elaborare il lutto.

Semplicemente è portato a fare del bene e, per questo, accetta di prendere con sé la giovane migrante. Il film pone, come spunto di riflessione, alcuni argomenti interessanti e sempre di attualità. Intanto, il tema dell’intolleranza razziale, che tende a escludere chi non fa parte della comunità chiusa rappresentata dai frequentatori del bar e dai paesani. Inoltre i rapporti interni alla famiglia classica: Giuseppe è un padre con due figli adulti molto diversi fra loro; il primo, Nicola (interpretato da Nicola Nocella) fa il panettiere e ha una sua famiglia; il secondo, Luigi (Michele Morrone), è uno sbandato che sfrutta sia il genitore sia il fratello, sempre alla ricerca di soldi.

Entrambi non accettano la relazione del padre e reagiscono violentemente alla sua decisione di sposarsi. Nonostante ciò il sentimento che Giuseppe prova nei loro confronti resterà sempre e comunque di amore paterno. Soprattutto nei confronti di Luigi, più debole e problematico, che si renderà conto dell’affetto del padre leggendo un bigliettino che l’uomo gli lascia dopo una notte passata all’addiaccio a dormire abbracciati. Ivano Marescotti è molto bravo a interpretare il suo Giuseppe, un uomo affranto dal dolore per la perdita della donna con la quale ha vissuto tutta la vita e che tenta di elaborare il lutto. Lo fa con i silenzi dell’uomo anziano e saggio che non ha bisogno di troppe parole per fare ciò che reputa sia giusto. Un uomo al quale la vita affida un nuovo, difficile compito: quello di prendersi cura di una giovane donna, ultima fra gli ultimi. E lo fa in maniera dignitosa, tirando dritto per la sua strada sapendo di dover proteggere una creatura fragile, deposta come un dono nelle sue mani da vecchio.

Quelle mani che, come cantava Fabrizio De André nell’album La buona novella, tratto dai Vangeli apocrifi, hanno: «dita troppo secche per chiudersi su una rosa». Dal canto suo la giovane Virginia Diop, qui al suo esordio come attrice, infonde al suo personaggio la vivacità e l’entusiasmo di vivere che le deriva dall’aver incontrato un uomo buono, su cui sa di poter contare. Che la ama ma non la sfiora perché, sempre citando il cantautore genovese: «i vecchi, quando accarezzano, hanno il timore di far troppo forte». Una buona idea di base, una visione laica su uno dei grandi temi della religione e, soprattutto, un’occasione per parlare di accoglienza e inclusione. Che, purtroppo, il regista non sfrutta appieno appesantendo il film con immagini un po’ troppo stereotipate, soprattutto nelle figure comprimarie. Come, ad esempio, quella del figlio più giovane, troppo caratterizzato nella sua condizione di tossico da risultare quasi una macchietta; senza contare un fastidioso look e un portamento che scimmiotta il Luca Marinelli in stile Lo chiamavano Jeeg Robot. Anche le figure dei paesani risultano piuttosto scontate nella loro intolleranza razziale e nel loro deprecare il rapporto fra un vecchio e una giovane, temi che fanno tornare alla mente, con tanta nostalgia, il Fassbinder ispirato de La paura mangia l’anima.

di Marcello Perucca
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