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Abbi Fede Recensione


Abbi Fede Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Il confine tra Bene e Male è sottile proprio come la linea di demarcazione fra risata e pianto. Ironia e cinismo camminano sulla stessa lunghezza d’onda; come due rette parallele che, qualche volta, finiscono per incontrarsi.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Giorgio Pasotti, al suo secondo film da regista dopo Io Arlecchino, torna dietro la macchina da presa per indagare non tanto sulla “banalità del Male” quanto sulla contrapposizione fra due opposti che si ritrovano a convivere, sperando magari di trovare qualche punto in comune. Malgrado la loro diversa natura politica, sociale e culturale.

Abbi fede racconta la storia di un nostalgico fascista, che finisce in una chiesetta sperduta dell’Alto Adige per scontare una pena inattesa. Qui incontra Padre Ivan, parroco modello che riesce a coinvolgere i propri fedeli nel modo migliore. L’approdo di Adamo, totalmente di altre vedute e decisamente figlio di altri tempi, sconvolgerà gli equilibri della comunità alto-atesina.

Giorgio Pasotti, in veste anche di protagonista, dirige un film (disponibile dall’11 giugno su Raiplay) ricco di registri ed emozioni che prende la fede cattolica come pretesto e occasione per indagare su se stessi. Dove finisce il Bene e comincia il Male? Soprattutto è ancora giusto barcamenarsi all’interno di due consistenze deontologiche, così ampiamente definite e poco circoscrivibili? Pasotti pone queste domande allo spettatore con un’ironia disincantata e palesi esasperazioni dialettiche e sceniche ricordando commedie d’altri tempi senza, però, trascurare l’avanguardia partendo da quell’Anders Thomas Jensen che, con Le mele di Adamo, conquistò non solo la Scandinavia.

Una commedia che tenta di scavalcare lo steccato dei tabù per elevare la satira sociale a indagine introspettiva.

A quest'opera il soggetto del film di Pasotti è ispirata.

La vera scommessa vinta da questo film, per una serie di ragioni, si chiama Claudio Amendola: «Non era così scontato che accettasse di partecipare» ha sottolineato Pasotti nella conferenza stampa di presentazione al film «Ha dovuto compiere un lavoro molto particolare su se stesso, non solo a livello estetico, per trovare la quadra di un personaggio complesso nella sua semplicità». Amendola, infatti, ha necessariamente cambiato i connotati in questo film (la testa pelata ricorda i ferventi nazisti di American History X/i) che costituisce un punto d’incontro fra (presunto) revisionismo storico e contemporaneità; dove ogni tendenza e suggestione sembra tornare fra corsi e ricorsi di vita vissuta e, talvolta, non sufficientemente elaborata o introiettata.

Abbi fede mette sullo stesso piano due facce della stessa medaglia per capire se queste possono, eventualmente, scrutarsi vicendevolmente facendo i conti con i propri demoni. Quello che fa Pasotti è mettere insieme differenti generi in un solo progetto: gli americani lo chiamerebbero dramedy, in Italia siamo ancora al cospetto di una commedia che tenta di scavalcare lo steccato dei tabù per elevare la satira sociale a indagine introspettiva.

Ad aiutare è anche una certa componente favolistica, che impreziosisce una sceneggiatura sferzante che vuole mettere in discussione ogni certezza sociale con garbo e un pizzico d’ironia.

Abbi fede apre i “cassetti” della nostra memoria stimolando differenti piani sensoriali. Per Pasotti è una scommessa vinta: c’è un altro modo di ridere e, forse, parte proprio dalla riflessione scevra da preconcetti e paure. Il coraggio ha premiato, sotto certi aspetti, un regista pronto a spogliarsi di ogni remora già alla sua seconda opera.

di Andrea Desideri
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