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Recensione Silenzio in sala
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L’ultima crociata di Indiana Jones (datata 1989) sfumava nel sole calante di Iskenderun, verso il cui tramonto i quattro protagonisti galoppavano l’uno a fianco all’altro, cavalieri d’altri tempi e luoghi. Degno commiato di una saga fra le più famose e avvincenti del cinema, destinata a far rimpiangere, negli anni a venire, un nuovo, anelato capitolo, e seminando soltanto rumors dietro la propria evanescente scia, insieme a qualche smorfia di rassegnazione.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Si vociferava di una nuova avventura dell’archeologo tra i sommersi e insondabili meandri della Terra alla ricerca del continente di Atlantide, di macchine infernali, di luoghi ai confini del mondo infestati da ripugnanti insetti macroscopici. Solo l’industria dell’intrattenimento videoludico avanzò alcuni (degni) tentativi di colmare le mancanze e i dinieghi cinematografici. Diciotto anni di rifiuti, convincimenti, ripensamenti e sceneggiature – tra cui quelle di Boam, autore de L’ultima crociata, e Darabont – di volta in volta inadatte ad un ritorno così clamoroso. Per bocca di David Koepp infine, Spielberg, Lucas e Ford pronunciarono il verdetto tanto agognato e prolungato: non è mai troppo tardi… per un nuovo sussulto d’avventura.

1957. In piena guerra fredda e con lo spettro di una crisi nucleare incombente, il professor Jones (Harrison Ford) si trova immischiato in una misteriosa missione di ricerca di militari russi su suolo americano. Una volta elusa la morsa comunista, e torchiato dall’FBI per le possibili implicazioni e contatti con la “minaccia rossa”, Indy viene sollevato dal decennale incarico di docente universitario, sollecitato dallo stesso ambiente accademico dopo i clamori che le indagini federali sul professore hanno suscitato.

Diciotto anni di rifiuti, convincimenti, ripensamenti e sceneggiature – tra cui quelle di Boam, autore de , e Darabont – di volta in volta inadatte ad un ritorno così clamoroso

Pronto alla resa e disposto a lasciare la città, viene contattato dal giovane scapestrato Mutt (Shia LaBoeuf) per trovare un vecchio collega e amico di Indy, il professor Harold Oxley. Quest’ultimo infatti è scomparso seguendo le tracce di un reperto leggendario, la cui esistenza giace tra realtà e credenze popolari: il Teschio di Cristallo di Akator. Alcune lettere autografe di Oxley daranno ai due gli indizi per svelare il luogo in cui è nascosto, e scoprire, loro malgrado, di non essere i soli a cercarlo: i sovietici infatti, capeggiati dalla perfida e risoluta Irina Spalko (Cate Blanchett), hanno un avido e sospetto interesse per i poteri occulti di cui il Teschio sarebbe portatore.

Il concetto è sempre lo stesso, ed è immediatamente riconducibile alla prima intuizione de I predatori dell’arca perduta: far divertire il pubblico, accattivarselo con le trovate irresistibili che hanno fatto la fortuna del personaggio negli anni ottanta, intrattenerlo con i congegni e le meraviglie di mondi ctoni e arcani sotterrati tra i meandri dei misteri della storia.

Il gap temporale e l’attesa sfociata in un’estenuata trepidazione, sottraggono qualcosa allo spirito originario di Indy: nonostante la splendida forma di Harrison Ford, l’entusiasmo idrogenato di Spielberg, e il genetico sostrato umoristico della saga, Il Regno del Teschio di Cristallo attenua l’avvincente narrazione dei capitoli precedenti (de L’ultima crociata in particolare), e attutisce, con lo sviluppo di un mcguffin sedato e meno mordace, la tensione emotiva delle avventure dei protagonisti. Rimangono l’autocitazionismo sempre puntuale e mai compiaciuto né insistito (si ricordano Marcus Brody e il padre di Indy, e si intravede anche l’Arca dell’Alleanza…), nuove reclute (LaBoeuf e Blanchett meglio di uno stralunato e disorientato John Hurt) e graditi ritorni del passato, oltre ad un sempre eccellente apporto visivo che sbalordisce per la fisicità (quasi anacronistica per i tempi che corrono) delle risorse sceniche e umane. Il finale suggerisce un azzardato passaggio di testimone, per poi essere prontamente ritirato: si gioisce e si sorride, d’affetto e di nostalgia.

di Giuseppe Salvo
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