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Recensione Silenzio in sala
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Nell’olimpo dell’orrore un posto di rilievo viene sicuramente occupato da La notte dei morti viventi, la pellicola che inaugura la fortunata e quarantennale esperienza del regista George A. Romero in materia di zombi: la pellicola traccia un cammino che negli anni a seguire verrà battuto innumerevoli volte con risultati non sempre positivi.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Romero sdogana la figura del morto vivente, fino a quel momento poco usata e assolutamente marginale nel cinema, costretta in ruoli di secondo piano, subalterno rispetto a monsters ben più famosi. In secondo luogo, la prospettiva tipica dell’horror-movie viene ribaltata: il pubblico si era ormai assuefatto a case infestate, antri oscuri, castelli da incubo; qui la casa è l’unica speranza, la roccaforte da difendere, l’ultimo baluardo di salvezza dall’attacco del Male.

L’inizio è semplicemente folgorante: al tramonto, nell’aperta campagna di un cimitero mortalmente deserto, Barbara (Judith O'Dea) e il fratello Johnny (Russell Streiner), vengono avvicinati da un uomo dai movimenti lentissimi, ma inesorabili, che li assalisce, uccidendo l’uomo. Barbara fugge alla ricerca della salvezza e si rifugia in una casa apparentemente vuota: qui viene raggiunta dall’afroamericano Ben (Duane Jones) che organizza in qualche modo la difesa dell’abitazione. A loro si aggiungono, dopo essere rimasti chiusi nelle cantine, una famiglia (moglie, marito e figlioletta) e una coppia di fidanzati. Le poche notizie della radio e della tv parlano di cadaveri risvegliati da una serie di radiazioni portate da una sonda di ritorno da Venere (siamo nel 1968, in piena febbre spaziale, un anno dopo ci sarà l’allunaggio dell’Apollo 11); gli zombi sono antropofagi, contagiosi e possono essere fermati solo da un colpo in testa o dalle fiamme.

La disperata resistenza del gruppo fornisce a Romero il pretesto per attaccare pesantemente la società americana in piena guerra del Vietnam: dall’audace scelta di un protagonista di colore che diventa leader del gruppo, ai suoi dissidi con Harry Cooper, simbolo dell’America più bigotta, a sottolineare la stupidità insita nell’uomo anche (soprattutto) in situazioni così estreme. E già quarant’anni fa Romero avvertiva il grande pericolo che costituivano le armi e la loro libera circolazione negli Stati Uniti: Ben e Harry combattono per avere il possesso dell’unico fucile presente in casa, e uno sparo metterà la parola fine alla storia. Girato con un budget limitatissimo, con un cast di attori sconosciuti, in un bianco e nero tanto classico quanto irreale e onirico, la pellicola prende ispirazione dal racconto Io sono leggenda di Matheson e dall’horror più classico (la scena della morte di Harry sembra uscire direttamente dagli anni’30, così come quella del pasto della piccola Karen).

La disperata resistenza del gruppo fornisce a Romero il pretesto per attaccare pesantemente la società americana in piena guerra del Vietnam: dall’audace scelta di un protagonista di colore che diventa leader del gruppo, ai suoi dissidi con Harry Cooper, simbolo dell’America più bigotta, a sottolineare la stupidità insita nell’uomo anche (soprattutto) in situazioni così estreme.

I suoi zombi, lentissimi ma invulnerabili, dallo sguardo assente e le mani protese rapacemente in avanti, sono entrati rapidamente nell’immaginario collettivo diventando figure universalmente riconosciute e codificate. Un film fondamentale, studiato, rivisitato, “saccheggiato” nei suoi minimi particolari (chi ha giocato almeno una volta al videogame Resident Evil si guardi il ritrovamento del carillon da parte di Barbara) e riproposto infine da Tom Savini nel 1990 con un discreto remake. Capostipite di una saga che perdura negli anni, La notte dei morti viventi rimane un modello inarrivabile per tutto il filone survival horror.

di Marco D'Amato
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