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L'uomo lupo Recensione


L'uomo lupo Recensione

Recensione Silenzio in sala
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La decade dei ’40 consegna alla storia del cinema una Hollywood divenuta macchina di generi perfettamente oliata. Ogni casa di produzione predilige e persegue il proprio filone, che diventa marchio di aspettativa per il pubblico e allo stesso tempo garanzia di successo per le tasche produttive.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

La Universal, affermatasi nel recente passato grazie a titoli immortali come Dracula di Tod Browning e La Mummia di Karl Freund, apre il nuovo decennio lanciando sul grande schermo uno degli archetipi per eccellenza del cinema horror: L'uomo Lupo. Il posto in cabina di regia è affidato a George Waggner, suo il compito di dirigere una pellicola in grado di vantare, tra gli interpreti principali, l’astro nascente Lon Chaney Jr. e la vecchia gloria Bela Lugosi. Obiettivo: inchiodare il pubblico in sala con atmosfere notturne ed effetti speciali finalizzati a rivelare la mutazione dell’essere umano in bestia. A distanza di anni, però, sono altre le componenti che rendono quest’opera impassibile al trascorrere del tempo e tutt’ora degna di interesse e attenzione critica. Nello specifico la serie di incontri, scontri e conflitti rintracciabili tra le righe della sceneggiatura. L’uomo Lupo passa sotto la lente di ingrandimento l’eterna dicotomia tra razionalità scientifica propria della psicanalisi e il folclore popolare delle leggende di paese. A fare da tramite tra questi due universi lontani e discordi il personaggio di Lon Chaney Junior.

L’uomo Lupo passa sotto la lente di ingrandimento l’eterna dicotomia tra razionalità scientifica propria della psicanalisi e il folclore popolare delle leggende di paese.



Larry fa ritorno nella cittadina natale all’indomani della dipartita del fratello maggiore: l’esperienza di vita figlia della grande metropoli pronta ad essere messa al servizio dell’azienda di famiglia. Farà le drammatiche spese del suo ritorno alle origini venendo contagiato dal morso di un lupo mannaro. In questo contesto Waggner utilizza i tradizionali movimenti della macchina da presa per fare luce su secolari superstizioni (luna piena, stelle a cinque punte, bastoni con l’impugnatura d’argento) e repressi conflitti di sangue (quello tra padre e figlio), mettendo a fuoco l’obiettivo sulla centralità della zingara nell’immaginario collettivo: in questo caso vera e propria miccia nello scintillare dello scontro tra costumi e religioni (il prete che non capisce come si possa far festa dopo un funerale). Tecnicamente efficace nel gioco delle dissolvenze (il delirio mentale che si impossessa di Larry), convincente nell’escamotage visivo della trasformazione nonostante un primo, impercettibile difetto di continuità (c’è da scommettere che tanto John Landis quanto Joe Dante abbiano mandato a memoria questi 67 minuti), L’uomo Lupo è soprattutto passaggio di consegne tra il vecchio Lugosi e il nuovo Chaney Jr.

Alzi la mano l’appassionato che, nel vedere l’allora morfinomane Bela uscire di scena dopo sole poche pose, non ha sofferto almeno un po’ di malinconia per la leggenda ungherese.

di Luca Lombardini
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