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Recensione Silenzio in sala
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Tratto dal romanzo omonimo di Daniel Wallace, Big fish - Le storie di una vita incredibile è la decima pellicola di Tim Burton. Inizialmente sarebbe dovuto essere diretto da Steven Spielberg, poi sia per questioni di produzione, sia per altri progetti in cui quest’ultimo fu coinvolto, la scelta ricadde nel 2002 su Burton.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Big fish - Le storie di una vita incredibile è sicuramente un film molto sentito dal regista che infine se ne appropriò, non solo per l’apprezzamento dimostrato nei confronti della sceneggiatura di John August, ma soprattutto per la vicinanza al tema trattato (la scomparsa dei genitori tra il 2000 e il 2002 lo condizionò non poco nella scelta e nella modalità di trattazione della storia).

Il film narra le avventure della vita di Edward Bloom (Ewan Mc Gregor/Albert Finney), dalla sua nascita esplosiva a tutta una serie di mirabolanti esperienze fra giganti, saltimbanchi, lupi mannari, streghe ed altri incredibili personaggi che incontra nel corso del suo cammino. Attraverso i suoi stessi racconti lo spettatore segue il protagonista dapprima adolescente nel suo paesino in Alabama, poi nella surreale città di Spectre, alla disperata conquista della donna di cui è innamorato, durante la guerra in Corea, nella scalata verso il successo e nella vecchiaia: l’ostinazione di Edward e la sua fede sembrano portarlo a riuscire in ogni cosa, l’unico problema che lo affligge è la difficoltà di comunicazione con il figlio Will (Billy Crudup) che crede che tutti i racconti del padre siano in realtà mistificazioni della sua fantasia, un modo per essere sempre al centro dell’attenzione, anche il giorno del suo matrimonio.

Una storia d’amore, un complicato rapporto fra padre e figlio, un viaggio fantastico, ma soprattutto una profonda riflessione sulla vita. Big fish - Le storie di una vita incredibile è tutto questo ed anche altro. Ancora una volta Tim Burton riesce ad affascinare e stupire lo spettatore con la semplicità e la vitalità attraverso le quali tratta tematiche così intime e dolorose. Nel seguire la trama, accompagnati dalle musiche di Danny Elfman, inutile sforzarsi di capire quali siano gli eventi reali e quali frutto dell’immaginazione di Edward, perché il film è una fiaba incredibilmente realistica e allo stesso tempo un’incredibile realtà fiabesca. Vano quindi anche il tentativo di cercare una linearità temporale e spaziale che riguardi i movimenti e l’evoluzione dei personaggi, come accade nel caso di Jenny/la strega con l’occhio di vetro (Helena Bonham Carter) che vediamo cronologicamente prima anziana, poi bambina e successivamente donna adulta.

Quello che conta è avere fiducia in ciò che si crede, perché un uomo col passare del tempo, può finire per diventare le storie che racconta.

Non si tratta di trasfigurazione fantastica di personaggi concreti, di intreccio fra ciò che è vero e ciò che non lo è, il mondo di Big fish - Le storie di una vita incredibile è un modo altro in cui la storia, come afferma lo stesso protagonista, «Non sempre ha un senso e quasi mai è veritiera.»

Nell’assurdo pastiche burtoniano le scene reali e quelle di fantasia sono cromaticamente e ritmicamente contrapposte: più lente, scure e con tonalità fredde le prime; esplosive, luminose e inondate da una miriade di colori brillanti le seconde. Tutti gli effetti speciali sono stati realizzati in maniera artigianale senza l’ausilio della computer grafica. Per sua stessa scelta il regista ha infatti utilizzato una gran varietà di gradienti di colore per rendere le atmosfere più suggestive, oltre a effetti quali la prospettiva forzata o il posizionamento della macchina da presa in luoghi strategici a seconda del punto di vista che doveva rendere (ad esempio quello del gigante o del nano). L’obiettivo di Tim Burton non era simulare perfettamente realtà strampalate, ma riprodurre il contesto immaginifico dello stesso protagonista.

Quello che conta è avere fiducia in ciò che si crede, perché un uomo col passare del tempo, può finire per diventare le storie che racconta. La meravigliosa irrazionalità del film di Tim Burton è un modo per esorcizzare le brutture della vita e l’incombenza della morte, per ribadire che sognare serve e che a volte i sogni sono il migliore antidoto per sopravvivere.

di Tania Marrazzo
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