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Recensione Silenzio in sala
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Il mondo reale, ordinario, afflitto dalle stesse regole che crea e in preda all’assuefatto grigiore perbenista, contrapposto al libero paese dell’immaginazione, nel quale il bizzarro, il macabro, il grottesco sono colori che rappezzano le striature di una diversità oltre confini catalogabili. Da Beetlejuice a Nightmare Before Christmas, passando per La sposa cadavere, le visioni di Tim Burton sono affidate a bambini e adolescenti dalla cupa sensibilità decadente, o a giovani afflitti dall’ipocrisia e dal deprimente ambiente circostante, disadattati, incompresi, che trovano paradossalmente (e forse non più di tanto) i più autentici contatti con la vita in dimensioni oscure e infernali, tra cadaveri e spiriti che pullulano di vivacità e genuina efferatezza.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Ecco perché, se affiancato ad altre riletture burtoniane (La fabbrica di cioccolato, Il pianeta delle scimmie), non sorprende affatto che il viaggio di Alice nel paese delle meraviglie sia stato scelto dal regista come nuovo e affascinante lembo (e limbo) da recuperare e ricucirsi addosso alla maniera di Selina, della sventurata sposa Emily, o della “whaliana” Sally.

Alice Kingsleigh ha diciannove anni, e da quando ha memoria le sue notti sono sempre state ossessionate da incubi incomprensibili: eccentriche creature e animali parlanti popolano le oniriche divagazioni della ragazza. Alla cerimonia organizzata dai nobili Ascot per combinare il matrimonio tra il rampollo di famiglia, il figlio Hamish, e la giovane Kingsleigh, quest’ultima, tenuta all’insaputa della macchinazione che la coinvolge, rifiuta la fatidica proposta. Fuggita per lo sconcerto tra i verdeggianti giardini degli Ascot, Alice viene sorpresa da un’assurda visione: intravede infatti un coniglio col panciotto zampettare tra le siepi e, spinta dalla curiosità, lo rincorre fino alla sua tana, un oscuro covo scavato nella terra. Nel tentativo di scorgerne il fondo, la giovane viene inghiottita dal vorticoso tunnel sotterraneo. Tra pozioni che rimpiccioliscono e torte che fanno crescere, un gatto evanescente che si dilegua nell’aria e un cappellaio completamente dissennato, Alice si ritrova in un mondo delirante popolato da personaggi che farneticano circa destini da compiersi e vaticini improbabili. Sarà lei la stessa Alice che tutti credono possa salvare il paese di Sottoterra o si tratta soltanto di un ennesimo, inspiegabile sogno?

Burton rilegge i classici di Lewis Carroll, e affonda una Alice in pieno contrasto con la realtà ipocrita che la circonda in un mondo ultraterreno, similmente a quanto già sperimentato nella sua ben nota poetica.

Se affiancato ad altre riletture burtoniane come La fabbrica di cioccolato e Il pianeta delle scimmie, non sorprende affatto che il viaggio di Alice sia stato scelto da Tim Burton come un nuovo e affascinante lembo delle sue narrazioni.

Un “paese” che, non solo la pone di fronte ad un’infanzia mai così lontana e di cui sembra non aver più memoria, ma la sospinge nell’inesorabile valico che dalla gioventù conduce alla maturità e alle responsabilità dell’età adulta. Visto in quest’ottica, ovvero lo sprofondamento della mente in una dimensione alterata come fuga dal reale e metafora delle problematiche inconsce infantili e adolescenziali, la profondità di tali intuizioni va ricondotta al lavoro di Carroll, e lo sforzo di Burton appare men che sufficiente (Spielberg fece la stessa operazione in tempi non sospetti con un altro illustre personaggio nel suo Hook), relegato com’è ad un uso pervasivo di motion capture e scenografie quasi interamente realizzate in digitale, qualche scorcio immaginifico autoreferenziale (rami e alberi contorti), personaggi strampalati senza una reale ragion d’essere (basti pensare al Cappellaio Matto) e bizzarrie varie dirottate e sparse a destra e a manca. Rimane da spiegare come un fautore dell’incondizionato arbitrio creativo si sia fatto allettare da una reunion (con la Disney) tutt’altro che necessaria e ingabbiare da una sceneggiatura altrettanto deleteria e inconsistente.

Il Cappellaio Matto allora altro non è se non la canonica messa in scena della follia, fatta di atteggiamenti preconfezionati (insensatezze verbali, danze improponibili e via dicendo, con Depp che sintetizza le espressioni allampanate di Jack Sparrow e Willy Wonka) sopra il quale si scorge l’egida di una scrupolosa produzione – lontana da lugubri stramberie – che pervade anche una sciapa Regina Bianca, e un Grafobrancio che non ricorda nemmeno lontanamente le adorabili mostruosità burtoniane (Nightmare Before Christmas ne è un abbecedario da cui attingere a piene mani).

La più autentica follia è quella della Regina Rossa dietro alla quale (non a caso) si cela la vena più squisitamente talentuosa del regista: la Bonham Carter è il freak per eccellenza, alla quale è sempre stata preferita la sorella più affabile, circondata da profittatori e opportunisti, e che a causa della sua deformità (l’enorme testa) ha acuito un’inguaribile perfidia (come non pensare al Pinguino di Batman Returns?). La tetra esibizione delle teste galleggianti nel fiume di sangue attorno al castello non può non ricordare, infine, il cavaliere senza testa di Sleepy Hollow, come pure la follia sanguinaria di Sweeney Todd. Ecco perché dietro l’esilio finale della Regina si nasconde lo stesso Burton (liquidato, agli esordi, dalla Disney dopo la realizzazione di Frankenweenie) che mette in scena l’epica sconfitta a cui la “diversità”, cinematografica e non, sarebbe sempre destinata. Complice un pubblico che, come Alice, e con la sua stessa passività nell’affrontare il proprio destino, si crede libero di scegliere e in realtà viene bombardato da un pilotaggio occulto (basti pensare ai folgoranti incassi americani di Alice in wonderland confrontati con quelli ben più discreti di un capolavoro come La sposa cadavere). Letto sotto questa luce, l'ultimo lavoro di Burton si reinventa, pur con i suoi difetti di ideazione e un 3D poco influente, opera sorniona, pronta a sfidare in casa Disney le stesse politiche che questa sorreggono.

di Giuseppe Salvo
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