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I segreti di Twin Peaks Recensione stagione 3


I segreti di Twin Peaks Recensione stagione 3

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Con la ormai frase cult di Laura Palmer «Ci vedremo tra 25 anni», a sancire la fine della storica seconda stagione di Twin Peaks, David Lynch ci lasciava nel 1991 con uno spiraglio aperto e la speranza di poter rivedere i suoi personaggi grotteschi di nuovo sul piccolo schermo. Speranza che si è concretizzata nel 2014, con l'annuncio della produzione del sequel della madre di tutte le serie tv. Idealmente lo show doveva essere una miniserie di 9 parti, ma nel marzo del 2015 sorgono dei dubbi sul progetto, a causa di complicazioni con i dirigenti di Showtime, per lo più per motivi di budget. Dopo vari battibecchi, tweet dello stesso Lynch e video a supporto del regista da parte di varie personalità e dagli stessi interpreti della serie, nel maggio 2015 il progetto viene confermato e viene formalizzata la produzione di 18 episodi e il ritorno di Angelo Badalamenti alle musiche.

La nuova stagione è considerata da Lynch come un lungometraggio di 18 ore: si parla infatti di un'unica sceneggiatura divisa in parti solo in post-produzione. La trama riprende esattamente 25 anni dopo la fine della stagione originale. Troviamo gli stessi interpreti originali, invecchiati nei panni dei loro personaggi (alcuni già da tempo in pensione), più vari e nuovi soggetti. Il tutto si ricollega agli eventi del criptico finale della seconda stagione che per un ventennio ci ha lasciati sulle spine, e anche al film Fuoco cammina con me, visione imprescindibile per capire appieno il senso di Twin Peaks.

Il debutto della stagione si è avuto il 21 maggio 2017, sul canale Showtime. I primi due episodi sono stati presentati a Cannes, accolti da una calorosa standig ovation di 5 minuti che ha commosso Lynch... e tutti noi.

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My log has something to tell you
Fin dal tema iniziale vediamo un cambiamento drastico nella serie. Il tema viene rieditato, con un incipit più oscuro che si mixa a quello classico. Anche le immagini sono cambiate. Torna il viso di Laura, che nella serie originale ci accompagnava alla fine di ogni episodio. Torna anche la cascata dove Laura viene trovata all'inizio della serie, ma ripresa dell'alto. A ciò si aggiungono i toni e i colori della Loggia Nera, con la tenda rossa su cui si staglia la scritta «directed by David Lynch».

Già questa scelta ci fa comprendere il cambio di direzione. La stagione si distanzia da quella originale, lasciando il registro grottesco e mainstream, da soap opera e da thriller, per dare più spazio alla visione autoriale di David Lynch, nella sua purezza di regia e di intenti, rendendola parte imprescindibile della sua opera. La nuova stagione risulta molto più vicina all'immaginario cinematografico di Lynch, con uno stile più sentito ironico e disconnesso, che possiamo avvicinare più a un film come Inland Empire, che alle precedenti stagioni dello show.

David Lynch, autore conosciuto e rinomato proprio per quello stile che lo ha reso unico, ormai può fare qualsiasi cosa voglia, a differenza degli anni '90 dove l'ABC aveva messo stretti paletti alla sua creatività. Showtime, invece, non ha posto vincoli alla serie. È una Twin Peaks contemporanea, quella che ritroviamo, adatta al periodo che stiamo vivendo e alla maturità e consapevolezza del regista. Continuano a esserci anche le sue famose cifre stilistiche: luci rotte, semafori, giochi di specchi, le lunghe inquadrature dall'alto dei boschi e le iconiche sequenze dove i fari di una macchina illuminano la strada deserta notturna: alla mente torna subito la sequenza iniziale di Mullholand Drive.

Le storie continuano a essere quelle della Twin Peaks di 25 anni dopo, con il mistero della scomparsa dell'agente speciale Dave Cooper da svelare. La trama e i luoghi si allargano verso la città e i sobborghi; le storie e i personaggi s'infittiscono, creando un universo nuovo e completo dove, come nella realtà, ma anche nel sogno – e nelle televisione – alcune storie rimarranno senza spiegazione e senza risoluzione. Un nuovo mondo fa capolino e Lynch è il perfetto giostraio. Non si può definire una stagione facile, ma di certo è degna del suo creatore.

Una sensazione di spaesamento e irrisolutezza che è il perfetto finale per una storia sulla violenza e sulla morte, una storia che non abbiamo mai davvero dovuto capire.

We are going to need more coffee
L'episodio manifesto di questa nuova stagione è il numero 3x08. Se vogliamo dare una semplice spiegazione... è la genesi di Bob. Ma non è abbastanza. Non per quello che il nostro occhio vede sullo schermo; per i suoni, le immagini, le atmosfere che David Lynch ci fa percepire. L'episodio è diviso in due dalla performance dei Nine Inch Nails, sancendo uno stacco da quello che è la storia e ciò che seguirà.

16 luglio 1945, White Sands, New Mexico, 5:49 AM (MWT): abbiamo per la prima volta una data, un luogo e un'ora precisa spaccata al minuto dove collocare l'evento. La genesi di Bob quindi, che risulterebbe soprannaturale... e risulta essere così la parte più concreta di tutta la storia. È la genesi del bene e del male e di tutto quello che porterà agli strani avvenimenti trattati nella serie. Ed è proprio qui, in questo episodio, che Lynch dà tutto sé stesso. Torniamo alle atmosfere in bianco e nero di Eraserhead - La mente che cancella; torniamo alle colonne sonore fatte di rumori e suoni che Lynch crea appositamente; torniamo alla pura estetica, a immagini e visioni che ci riportano al Lynch artista delle sue tele, fatte di angosce, ma anche di speranza, e alle sue fotografie di luoghi abbandonati e delle strane creature che le abitano (come la serie dedicata ai pupazzi di neve). È il suo mondo che si concretizza nel cinema, al quale non c'è bisogno di dare nessuna spiegazione, ma solo goderselo nella sua magnificenza.

Un'altra data ci accompagna alla fine dell'episodio, 5 agosto 1956 New Mexico Desert, dove la prima forma di Bob (ispirata da strane falene della sabbia, viste nella vecchia Jugoslavia da Lynch durante un viaggio) esce da un uovo e s'impossessa della prima vittima.

Hellooo
L'agente speciale Dave Cooper è il protagonista di questa terza serie. È difatti la prima persona che vediamo nella prima puntata e il motivo trainante di tutte la narrazione. Ma non sarà così facile salvare Cooper... dal momento che non ne vedremo solo uno sullo schermo!

Il primo, che subito riconosciamo, è il buon Cooper, che 25 anni fa è stato imprigionato nella Loggia Nera da Bob. Il secondo è il doppelgaenger cattivo, la parte di Cooper posseduta da Bob. Per poter uscire dalla Loggia Nera, Cooper deve far entrare la sua parte cattiva e imprigionarla. Motivo per cui Bob ha creato il terzo doppelgaenger, Dougie Jones, per mandarlo nella Loggia Nera al suo posto quando il vero Cooper ne fosse uscito. E di fatti il buon Cooper cade nella trappola e prende il posto di Dougie Jones. Quando Dougie entra nella Loggia Nera al suo posto, gli esplode la testa e Mike capisce che non è il vero Bob.

Il Cooper che torna alla realtà è come un neonato: non sa parlare, non sa vestirsi e non sa come comportarsi con le altre persone. Ripete le frasi cercando di ricordarsi il suo scopo, e si ricorda di sé solo davanti ad una tazza di fumante caffè. L'attesa per ritrovare il vecchio Cooper sarà lunga ma non per questo meno emozionante. Il Nostro è li nascosto e, anche se con molta fatica, riuscirà a svelare i misfatti e a reimpadronirsi della sua coscienza con un finale che vale tutte le 18 ore di parti irrisolte, scene inutilmente lunghe e completamente fini a sé stesse. Una sensazione di spaesamento e irrisolutezza che è il perfetto finale per una storia sulla violenza e sulla morte, una storia che non abbiamo mai davvero dovuto capire.

Momenti cult

- L'episodio 3x08, la genesi di Bob;
- I due Cooper;
- L'epilogo della stagione.

di Samantha Ruboni
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