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The Ring Recensione


The Ring Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Ci sono film che segnano indelebilmente la storia di un genere. A questa categoria appartiene sicuramente Ringu, pellicola che ha sdoganato il j-horror nel resto del mondo, anche grazie al clamoroso successo del remake americano di Verbinski.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Dobbiamo a Hideo Nakata, nome pressoché sconosciuto anche tra i fan più accaniti della cinematografia orientale fino al 1997, la nascita di Sadako (Samara nella versione occidentale), icona dell'orrore che ha tormentato i nostri incubi nell'ultimo decennio. Ciò nonostante, vanno fatte alcune dovute premesse: il livello di paura, del rifacimento batte l'originale, che invece di giocare sullo spavento e su apparizioni ad effetto, punta tutto sull'atmosfera e sulla profondità della trama. In Ringu, infatti, ci troviamo davanti a una sorta di thriller metafisico, che pur ponendo nuove basi e reinterpretando i canoni classici dell'antico e radicato folklore nipponico, lascia poco spazio ai sobbalzi e alle urla di incontaminato terrore. La stessa storia, pur partendo da presupposti simili, ha dei risvolti diversi rispetto alle vicende di Naomi Watts e prole, e tutto è reso a una forma fortemente spirituale e meno "violenta".

Una videocassetta maledetta è la causa scatenante di tragici eventi: chi la guarda riceve una telefonata, nella quale una strana voce gli comunica che morirà dopo sette giorni. La giornalista Reiko Asakawa (Nanako Matsushima) ne viene a conoscenza dopo la morte in circostanze misteriose e brutali della nipote. Venuta a conoscenza dalle amiche della giovane dell'esistenza di questo misterioso nastro, Reiko decide di indagare, ma dopo aver osservato anch'essa le disturbanti immagini del video, ha solo una settimana per scampare alla morte e cercare di liberare lo spirito maledetto di una bambina.

La paura non è di ciò che appare, ma di quello che non si vede: il regista è abile nel tenere il ritmo costante e frenetico senza cedere mai allo splatter o al faciloneria spettrale, ma giocando sull'attesa e sul timore dell'ignoto.

Con l'aiuto dell'ex marito Ryūji (Hiroyuki Sanada), fotografo e sensitivo, la donna comincia a indagare su Shiziku, la madre di Sadako, dotata di poteri paranormali e la cui immagine è impressa nella cassetta.

Un'angosciante tristezza, malinconia di un dolore ancora vivido e forte nel mondo dei vivi, nonostante provenga da quello degli spiriti: è questo l'alone drammatico che permea ogni singolo istante del film di Nakata, ammantato di reminescenze tradizionali sui fantasmi e le presenze, da sempre radicate in Giappone, dove molte persone sostengono di aver ricevuto il dono di poter vedere i trapassati. La paura non è di ciò che appare, ma di quello che non si vede: il regista è abile nel tenere il ritmo costante e frenetico senza cedere mai allo splatter o al faciloneria spettrale, ma giocando sull'attesa e sul timore dell'ignoto. Paradossalmente proprio l'oggetto di tale emozioni, e cioè la piccola Sadako, è accennata con piccole pennellate visive, ma senza mostrare troppo: un semplice vestito bianco, i lunghi capelli neri a coprirne il volto e gli arti effimeri ed evanescenti, ma la cui storia commuove e impensierisce allo stesso tempo, denotando la componente di tragica malinconia tipica di quasi tutti i j-horror.

Il resto è sottolineato da pochi, ma fondamentali, luoghi e simboli: il pozzo, oscuro antro di disperazione e solitudine, e l'acqua, un elemento nefasto per i giapponesi, da sempre vittime di maremoti e inondazioni. Ringu è stato per l'horror quello che i film di Leone sono stati per il cinema western, un angolazione diversa ed efficace da cui guardare il mondo della paura senza scadere nello splatter o in inutili granguignolesche brutalità. Sadako vi aspetta, pronta ad augurarvi la settimana più terrificante della vostra vita.

di Maurizio Encari
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