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Stranger Things Recensione stagione 1


Stranger Things Recensione stagione 1

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Un gruppo di ragazzi, seduti attorno a un tavolo, giocano una partita di D&D sotto la luce giallastra di una lampadina. È l’inizio di E.T. L'Extraterrestre, pellicola del 1982 diretta da Steven Spielberg che narra l’amicizia tra un ragazzino e un alieno. Ma è anche l’inizio di Stranger Things, serie Netflix che ha debuttato la scorsa estate sulla piattaforma streaming e che a tratti racconta la stessa storia. Una sequenza iniziale che sfonda il muro dell’omaggio per rasentare il plagio e che catapulta immediatamente lo spettatore in un'atmosfera che perdurerà in tutti e 8 gli episodi. Un’atmosfera che grida a gran voce: gli anni ’80 sono vivi e vegeti!

Quattro ragazzini – quattro “nerd”, o perdenti come li definirebbe Stephen King – sono i protagonisti di questa storia. Siamo noi, gli spettatori nostalgici, in un’avventura che avremmo voluto vivere quando eravamo ragazzi. Come quella volta in cui andammo alla ricerca del tesoro di Willy l’Orbo o costruimmo un’astronave con degli scarti trovati in discarica. Will, uno dei protagonisti di Stranger Things, scompare una sera tornando a casa; la stessa sera in cui in un laboratorio scientifico nelle vicinanze succede un pasticcio che squarcia il velo che divide la nostra dimensione da un’altra ben più oscura. La stessa sera in cui una ragazzina dagli strani poteri ESP (o Scanner, per citare David Cronenberg) arriva in città, in fuga dalle forze governative.

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La generazione della nostalgia
Stranger Things è una serie che trae la propria linfa vitale da topos generazionali di chi è nato a cavallo tra i ’70 e gli ’80; una generazione tanto nostalgica da insaporire ogni cosa con vintage dal retrogusto di «oggi film così non ce ne sono più». È stata questa la carta vincente che ha ammaliato un’enorme fascia di consumatori, quelli che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni, e che sono il target ideale per gli utenti Netflix. Il rischio di sbagliare la formula nostalgica era altissimo – nel 2011 la sbagliarono persino J.J. Abrams e Steven Spielberg nel loro Super 8 – perché un solo ingrediente fuori posto avrebbe fatto collassare tutto. E sebbene una nota stonata ci sia, che lascia in bocca l’amaro gusto del capolavoro mancato per un soffio, non è sufficiente a distruggere tutto l’ottimo lavoro della produzione.

Perché Stranger Things è la cosa più vicina a un film per ragazzi anni ’80 che sia stata riproposta dal 2010 a oggi, con la sola particolarità che dura 8 ore. Ma la sensazione resta comunque quella di aver ritrovato un vecchio VHS in soffitta, con sopra registrato un film rimasto nascosto per decenni. Il successo della serie viene decretato da subito, e cresce esponenzialmente grazie all’ottimo passaparola, diventando nel giro di un’estate la nuova bandiera che quegli ex-ragazzini ora sventolano con orgoglio. Non è un caso che i Blink 182 (band che ha segnato l’adolescenza di quella stessa generazione) abbiano aperto il loro ultimo tour con la sigla della serie.

L’essenza del cinema per ragazzi anni ’80, che così disperatamente oggi vogliamo riproporre. Per sentirci nuovamente al sicuro, ritornando a vivere in un’età e in un’epoca dove tutto era più roseo e il solo problema era decidere cosa fare per trascorrere gli interminabili pomeriggi d’estate.

Tre fasce di età
Una delle cose più affascinanti della serie è assistere alla reazione della piccola comunità di Hawkins alla scomparsa del giovane Will Byers. Reazione che cambia radicalmente a seconda della fascia d’età dei protagonisti. Stranger Things si dipana infatti in tre filoni narrativi che i Duffer Brothers – classe 1984, creatori, registi, sceneggiatori e produttori della serie (sbucati pressoché dal nulla) – portano avanti parallelamente.

Ci sono i ragazzini, che sono i primi a capire che il loro amico è ancora vivo e i più propensi ad accettare una spiegazione paranormale; ma al contempo anche i più penalizzati nel far sentire la propria voce e le proprie idee senza suscitare ilarità negli adulti. Ci sono gli adolescenti, che tra sottotrame amorose alla John Hughes, cercheranno di trovare una logica dietro gli insoliti eventi che stanno accadendo in città. Infine gli adulti, con un'indagine portata avanti dalla polizia – senza pietà né speranza – e da Joyce Byers (una Winona Ryder in gran ri-spolvero) madre disperata al limite della follia, che non vuole ammettere a se stessa che suo figlio è morto. Diversi approcci alla tragedia, diverse modalità nel portare avanti le indagini sulla scomparsa di Will e diverse mentalità che cercano di razionalizzare “strane cose”, che di razionale non hanno nulla. Tre approcci che nello spettatore tipo (vedi target di cui sopra) coesistono allo stesso momento: si vivrà la serie con gli occhi e la mentalità dell’adulto, ma dentro di sé proverà la nostalgia per l’intraprendenza adolescenziale e la meraviglia della scoperta dei fanciulli.

Gli anni ’80 sono tornati
Stranger Things è stato girato nel 2016, ma appare in tutto e per tutto come una produzione anni ’80. Nel comparto estetico tutto è impeccabile al limite del maniacale. Vestiti e mode, così accurati da definire i divari di età e i caratteri dei protagonisti alla prima occhiata (gli indumenti di Nancy e Barb rimarcano l’intraprendenza della prima e la “sfigataggine” della seconda); scenografie e luci restituiscono un’atmosfera vintage, saturata dal merchandising di Guerre Stellari. Poi ci sono le musiche, dove riecheggiano note di John Carpenter, con un occhio di riguardo a Distretto 13. Ma non basta un budget adeguato e una messa in scena stilosa per catturare l’essenza degli anni ’80. Occorre lo spirito, l’atmosfera. Quel miscuglio di avventura e paura, di pericolo e trionfo che si prova “vivendo” un film (o una serie in questo caso) dimenticandosi totalmente che è qualcosa di fittizio costruito a tavolino. Questa era la forza dei film della nostra infanzia ed è la medesima che si riversa in Stranger Things: per questo nonostante la storia sia densissima di situazioni già viste e di citazioni più o meno esplicite, riesce a inchiodare lo spettatore alla poltrona, attanagliandolo puntata dopo puntata. Sono le emozioni il cuore di tutto, sensazioni autentiche e cristalline, che sia l’amore sconfinato di un genitore o il senso di un amicizia tanto forte da apparire immortale.

«Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?» si chiede Richard Dreyfuss alla fine di Stand by me - Ricordo di un'estate, ed è proprio questo il nocciolo della questione. L’essenza dei film per ragazzi anni ’80, che così disperatamente oggi vogliamo riproporre (forse più a noi stessi che alle nuove generazioni) per sentirci nuovamente al sicuro, ritornando a vivere in un’età e in un’epoca dove tutto era più roseo e il solo problema era decidere cosa fare per trascorrere gli interminabili pomeriggi d’estate.

Momenti cult

- La scomparsa di Barb;
- I ragazzi insegnano a Undici il significato dell’amicizia: «Agli amici dici cose che i genitori non sanno»;
- Undici sperimenta i suoi poteri facendo volare il Millennium Falcon;
- Le luci di Natale di Joyce.

Il Demogorgone
La serie pecca in un solo dettaglio, forse tanto piccolo da apparire insignificante agli occhi dei più, ma che per gli appassionati di questo genere “d’archivio” rischia di sgretolare l’ottimo lavoro fatto. Il demogorgon, Il mostro da combattere. Il nemico dei bambini, incarnazione delle loro paure da superare come nella miglior tradizione narrativa degli anni ’80 e non solo. Dal punto di vista del design è splendido, con gli arti sproporzionati e la sua testa a fiore che riecheggia la pianta carnivora di Jumanji. Sapientemente, la regia lo tiene nascosto nell’ombra per quasi tutta la serie, mostrandolo nella sua inquietante integrità solo nello scontro finale. Tutto bello, tutto da manuale, ma c’è un ma... È digitale!

Ed è logico che in una produzione moderna di questa portata sia così, ma dato che tutto nella serie inneggia e glorifica gli anni ’80 e ogni aspetto della messa in scena è votato su questo concetto, forse era lecito aspettarsi un nemico che non fosse in CGI. Come detto sopra è un’inezia che il 90% del pubblico non noterà nemmeno, ma per i puristi resterà un po’ di amaro in bocca nel non vedere un mostro fatto di protesi, lattice e silicone che spalanca le propie fauci tramite un sistema idraulico radiocomandato. Questo tocco di artigianalità alla Stan Winston è la sola cosa che manca, che avrebbe potuto rendere perfetta una serie che comunque la perfezione già la rasenta.

di Marco Filipazzi
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