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Stranger Things Recensione stagione 2


Stranger Things Recensione stagione 2

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La prima stagione di Stranger Things è stata forse la più inaspettata rivelazione della scorsa annata televisiva, imponendosi come vero e proprio fenomeno culturale di massa. La nostalgia degli anni ’80 e le citazioni sfrenate erano solo una facciata ammaliante che celava un cuore sincero, fatto di sentimenti puri come amore, amicizia e senso della famiglia. Una serie che si è dimostrata una scommessa ampiamente vinta sia da Netflix che dai suoi creatori, i misconosciuti Duffer Brothers, e che avrebbe anche potuto autoconcludersi. Se non fosse stato per alcune pulci nell’orecchio (gli Eggo lasciati dallo sceriffo nel bosco, Will ancora perseguitato dalle visioni del Sottosopra) che gli autori hanno relegato negli ultimi minuti del finale. Indizi che, date le ovazioni smisurate di critica e pubblico, hanno portato all’annuncio di una seconda stagione.

La data di release però viene posticipata da inizio luglio a fine ottobre. Viene confermato tutto il cast, più alcuni nuovi ingressi (tra cui l’ex-Goonie Sean Austin); e quando esce la prima foto ufficiale della produzione, che ritraeva il gruppo di ragazzi vestiti da Ghostbusters, l’hype schizza alle stelle. Al contempo però inizia a serpeggiare anche il dubbio (lecito) di avere un sequel facile, privo dell’effetto sorpresa della prima stagione e giocato sugli stessi elementi vincenti, senza sforzarsi di apportare vere innovazioni a storia e personaggi.
Ebbene, la seconda stagione di Stranger Things è uscita lo scorso 27 ottobre sulla piattaforma streaming. E, dopo averlo visto, possiamo affermare che è un sequel superiore e decisamente più maturo dell’originale.

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Ritorno nel Sottosopra
I fili della storia vengono ripresi esattamente da dove li avevamo lasciati, nonostante sia passato più di un’anno (lo stesso lasso di tempo intercorso tra la fine della prima stagione e l’inizio di questa). Siamo alla vigilia di Halloween del 1984 e tutto sembra essere tornato alla normalità. I ragazzi hanno ricomposto il loro quartetto; Nancy seguita a uscire con Steve; Joyce Byers ha ritrovato il sorriso grazie a una nuova fiamma: gli eventi che sconvolsero Hawkins appaiono ormai come un incubo dileguatosi al risveglio. Ma a volte gli incubi ritornano ad assalirci non appena abbassiamo la guardia. Perché Will non si è mai realmente ripreso dalla sua prigionia nel Sottosopra e i laboratori non hanno mai cessato di fare esperimenti. E, nonostante gli sforzi dello sceriffo Hopper per mettere tutto a tacere, la verità prima o poi tornerà a galla.

Dopo appena una puntata appare lampante che il tono di questa seconda stagione sia molto diverso da quello della passata. Tutto è più serio, impostato e soprattutto cupo. I protagonisti sono segnati dai fatti che hanno dovuto affrontare e ciò si riflette nel loro carattere, soprattutto in quello dei ragazzini, che hanno acquisito una maturità e una consapevolezza maggiori rispetto alla scorsa annata. Vi è un’inquietudine latente che aleggia su Hawkins, una sensazione impalpabile di orrore pronto a scatenarsi da un momento all’altro; tutti lo avvertono eppure nessuno riesce a identificarlo con precisione. Una dinamica molto simile a quella che attanaglia Derry e che, molto lentamente, i Perdenti riescono prima a intuire, poi a identificare nel clown Pennywise, infine a sconfiggere. Ma qui la portata è ben superiore, andando a toccare corde che sfiorano l’orrore cosmico lovercaftiano in più di un’occasione (la prima durante la visione che Will ha in sala giochi): indubbio segnale che la posta in gioco si è alzata notevolmente.

Lo scorso anno i Duffer Brothers ci hanno regalato un piccolo miracolo e ora uno ancor più grande.

Non solo citazioni
Uno dei punti di forza – oltre che caratteristica distintiva di questo tipo di “revival”, al cinema come in tv – della prima stagione di Stranger Things era senza dubbio il citazionismo anni ’80. Situazioni, frasi, dinamiche, inquadrature, musiche che saccheggiavano letteralmente l’immaginario di quegli anni, spaziando da Steven Spielberg a Stephen King, da George Lucas a David Cronenberg, da John Hughes a Joe Dante. Il vero stacco tra le due annate si ha anche su questo piano, dove i Duffer Brothers preferiscono concentrarsi sull’espansione (e soprattutto esplorazione) della propria mitologia, creata nel corso dei primi 8 episodi, piuttosto che rifugiarsi in facili ammiccamenti. Ciò non vuol dire che non ci siano rimandi o citazioni per appagare il fan service (da applausi lo smaccato omaggio a Il tempio maledetto, sostituendo Indiana Jones e Willie con Jonathan e Nancy nella scena della “buonanotte”) ma semplicemente non sono il cardine su cui la storia viene costruita. Per questo quando vediamo una luce sfarfallare non pensiamo più che sia un omaggio a Poltergeist, bensì che sta arrivando qualcosa dal Sottosopra.

Il lavoro di scrittura è molto più accurato, concentrato a consolidare un mondo coerente e soprattutto a riprendere le linee narrative lasciate in sospeso – la scomparsa di Barb, le visioni di Will, il destino di Undici – arricchendole con ulteriori trame e sottotrame che vanno a comporre un dedalo ben più intricato rispetto alla prima stagione. Non ci troviamo più in una storia semplice (la scomparsa di Will Byars) indagata attraverso vari punti di vista raggruppati per fasce di età (i ragazzini, gli adolescenti, gli adulti); la narrazione si fa più complessa e stratificata, portando avanti molteplici narrazioni. Giusto per citare le principali: Dustin e Dartagnan, Mad Max e suo fratello, Will e il Sottosopra, la storia di Undici; mischiando i personaggi, questi interagiscono al di fuori della loro cerchia d’età.

Tutti i protagonisti sono accomunati dagli eventi accaduti in precedenza, perciò nessuno è ostinato a dimostrare il suo punto di vista perché ormai la situazione, per quanto assurda, è lampante. Da questo sottile incastro nasce il lodevole lavoro svolto su ogni personaggio, che attraverso i 17 episodi delle due stagioni compie un arco narrativo (in alcuni casi addirittura due) completo ed esauriente che trae nuova linfa vitale proprio dall’interazione con gli altri. Vere evoluzioni caratteriali che non risultano in alcun modo forzate o innaturali e che sono la vera carta vincente per avvicinare tali personaggi alla realtà, facendo sì che il pubblico si innamori ancor di più di loro.

The Gate
Nella seconda stagione di Stranger Things il cancello ha molteplici significati. Titolo della nona e ultima puntata, è l’incarnazione del nemico da sconfiggere ed è metafora di un limite invalicabile oltre il quale è meglio non addentrarsi. Il punto in cui tutte le storie e i personaggi giungono, annodandosi tra loro e trovando la propria conclusione. In questa recensione rappresenta la zona rossa dello spoiler, da evitare se si è ancora in corso di visione.

Proprio questo è il titolo originale del film del 1987 Non aprite quel cancello, dove due ragazzini, insieme alla sorella adolescente di uno di loro, si trovano a fronteggiare un armata di demoni fuoriusciti da una buca apertasi nel giardino di casa. Vi solletica un senso di déja vu? Questa citazione rimarca anche a gran voce il senso della seconda stagione, decisamente più horror e introspettiva. Al netto della sottotrama di Unidci (in particolar modo la puntata 7) che forse è la meno riuscita e di sicuro quella più tronca (gancio ideale per una già annuciata terza serie) durante la commovente scena finale sulle note di Every breath you take è impossibile non sentirsi appagati e non pensare che quel ballo e quei baci siano la chiusura perfetta per una storia che può considerarsi completa e soddisfacente sotto ogni punto di vista.

Poi l’inquadratura finale della scuola si ribalta, rivelandoci quello che in cuor nostro forse già sapevamo: le avveture nel Sottosopra ancora non sono finite.
Lo scorso anno i Duffer Brothers ci hanno regalato un piccolo miracolo e ora uno ancor più grande. In attesa della nuova annata non si può non pensare che ci sia dell’azzardo a seguitare così, ma d’altra parte erano i medesimi timori che provavamo anche la scorsa estate. Solo il 2018 ci dirà se avevamo ragione noi o loro.

Momenti cult

- La diatriba sui due Peter Venkman;
- La buonanotte tra Jonathan e Nancy;
- La battaglia alla vecchia discarica;
- Il finale strappalacrime sulle note di Every breath you take.

di Marco Filipazzi
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