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Robin Hood Recensione


Robin Hood Recensione

Recensione Silenzio in sala
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La storia cinematografica del leggendario Robin Hood è ormai tanto complessa e interessante quanto quella delle ballate da cui è stato originariamente preso: sono ormai cent'anni che questo eroe del popolo imperversa, ad intervalli più o meno regolari, sul grande e piccolo schermo. Dal cinema muto ai giorni d'oggi il cinema ne ha fatta di strada, ma Robin è rimasto un personaggio quasi immutabile nelle sue varie raffigurazioni, stretto nella sua calzamaglia verde e coinvolto in avventurose scorribande nel bosco in compagnia dei suoi fidati Merry Men, col solo scopo di “rubare ai ricchi per dare ai poveri”.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Un'iconografia quasi scolpita nei cuori e nelle menti degli spettatori, che raramente hanno visto delle vere 'variazioni sul tema' come, ad esempio, l'ottimo Robin e Marion del 1976 con Sean Connery e Audrey Hepburn. Ma cosa può accadere, tuttavia, se si dà carta bianca ad un grande regista come Ridley Scott per (ri)creare il mito e la figura del “principe dei ladri”?

Agli albori del tredicesimo secolo, Re Riccardo d'Inghilterra, detto Cuor di Leone (Danny Houston), trova la sua fine in Francia, sulla via di ritorno in patria. Il suo esercito, provato da una crociata ormai svuotata di ogni significato, è allo sbando, ma i più fedeli Cavalieri del Re si impongono di riportare la corona reale nella Madrepatria: tra questi vi è Sir Robert Loxley (Douglas Hodge), che in punto di morte affida l'importante compito ad un valoroso arciere, Robin Longstride (Russel Crowe). Robin, inizialmente riluttante, rimane colpito dalla figura di Loxley, nonché dalle misteriose iscrizioni sulla sua spada, e finisce col cogliere la missione come un'opportunità di tornare a casa insieme ad alcuni dei suoi compagni d'arme: Little John (Kevin Durand), Will Scarlet (Scott Grimes) e Allan A'Dayle (Alan Doyle). Al loro ritorno, i crociati trovano un'Inghilterra martoriata dal malgoverno del volubile Principe Giovanni, politicamente divisa e facile preda delle mire di conquista di Filippo di Francia. Robin, acquisita l'identità di Robert Loxley, diverrà presto l'ago della bilancia di una delicata situazione socio-politica che tiene in scacco sia l'unità nazionale che i diritti fondamentali di ogni suddito della corona.

Il Robin Hood di Scott è sicuramente un'opera spiazzante: ci si aspetterebbe un Gladiatore in calzamaglia che compie scorribande nella foresta mentre duella con lo Sceriffo di Nottingham, e invece ci si ritrova al centro di intrighi politici, battaglie su larga scala in campo aperto e dibattiti sui diritti civili, sullo sfondo di un'Inghilterra mai così genuinamente – e cupamente – medievale. L'intensità del ritratto storico è totalizzante.

Il suo esercito, provato da una crociata ormai svuotata di ogni significato, è allo sbando, ma i più fedeli Cavalieri del Re si impongono di riportare la corona reale nella Madrepatria: tra questi vi è Sir Robert Loxley ([Douglas Hodge]), che in punto di morte affida l'importante compito ad un valoroso arciere, Robin Longstride ([Russel Crowe])

Arthur Max bissa la grandiosità delle scenografie romane de Il Gladiatore ma trasferendo, stavolta, un senso di angoscia decisamente in contrasto col fasto imperiale delle vicende di Massimo e Commodo: l'Inghilterra di Robin e Giovanni è povera, smorta e oppressa, una terra senza redenzione per un eroe in cerca di riscatto, per sé e per i suoi simili. La differenza si nota anche nell'utilizzo del contesto storico, ancora più accurato e decisamente più veritiero, con un intrigo politico e una vena sociale che più che la shakespeariana vendetta di Massimo aspira ad atmosfere e temi alla Braveheart. Lo stesso Robin è un eroe assai diverso dall'ispanico, meno galvanizzante ma più scaltro e socialmente attivo. E in questo Crowe è bravissimo, non accontentandosi di replicare la sua più famosa performance ma creando una nuova figura di eroe, che rimane impressa per motivi assai diversi da quella dell'eroe dell'arena, e allo stesso tempo distaccandosi anche da tutti i suoi “predecessori in calzamaglia”.

Decisamente lodevole anche tutto il resto del variegato e prestigioso cast, a partire dalla austera e risoluta Marion di Cate Blanchett fino al carismatico Guglielmo il Maresciallo di William Hurt, per arrivare allo sfaccettato Giovanni di Oscar Isaac.

Uno spettacolo che cattura e soddisfa, ma tuttavia lascia perplessi per l'utilizzo di alcuni personaggi appena abbozzati nonostante l'ottima resa (come gli stessi Merry Men e lo Sceriffo di Nottingham): sembrano “parcheggiati” in un angolo in attesa che possano esplodere in un eventuale seguito, che potrebbe rischiare di sfociare in un'ennesima rappresentazione del Robin più tradizionale. Una riscrittura fresca e scevra di elementi oramai logori (e, in fondo, canonizzati solo nell'ultimo secolo) è sicuramente la benvenuta; ma il pensarla e realizzarla come un vero e proprio “Robin Hood Begins”, in vista di possibili seguiti, è una manovra che esula sia dalla poetica classica di Scott che dal senso dell'operazione stessa.

di Marco Papaleo
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