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Recensione Silenzio in sala
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La macchina fabbricasoldi di Saw sembra inarrestabie come la voglia di giustizia del suo controverso protagonista. Dopo i risultati strabilianti del secondo episodio (un incasso di quasi centocinquanta milioni di dollari nel mondo a fronte di un esborso di appena quattro milioni), la Lionsgate non ci pensa due volte a mettere sotto contratto Tobin Bell (John Kramer/Jigsaw) per altri quattro episodi, e Saw III – L'enigma senza fine entra immediatamente in produzione.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3/5

La sceneggiatura viene scritta da Leigh Whannell (già autore dei primi due capitoli) in meno di una settimana, partendo da un idea di James Wan, creatore della saga e regista del primo episodio. Girato in quaranta giorni a Toronto, il film approda nei cinema americani, come una tradizione ormai consolidata, nel weekend di Halloween del 2006.

Lo stile narrativo rimane il medesimo, con la storia che si dipana in due fili mostrati a intermittenza sino all'inevitabile congiungimento finale. Da una parte assistiamo alla degenerazione che il cancro ha procurato a John Kramer, costretto a letto e tenuto in vita da una serie di macchinari che quasi fanno da contrappunto alle sue macchine che dispensano morte. Ad accudirlo vi è Amanda (Shawnee Smith) ormai trasformatasi completamente da vittima a carnefice, pronta a raccogliere l'eredita di Jigsaw e portare avanti il suo messaggio di giustizia. L'altro filo narrativo segue l'ennesimo, elaborato gioco. Un uomo, logorato dal rancore verso coloro che hanno provocato la morte del figlio, dovrà imparare il perdono attraverso una serie di trappole che lo costringeranno a confrontarsi con se stesso.

Al timone dell'operazione troviamo ancora Darren Lynn Bousman, reduce del successo del secondo episodio. Il giovane regista abbraccia pienamente la definizione di torture-porno coniata dai critici, schiacciando al massimo l'acceleratore sul fronte splatter/sadismo/violenza e dirigendo il film senza apportare sostanziali novità.

Lo stile narrativo rimane il medesimo, con la storia che si dipana in due fili mostrati a intermittenza sino all'inevitabile congiungimento finale

Regia psichedelica, effetti sonori che mirano a far crollare i nervi dello spettatore, una fotografia fredda, fatta di verdi e azzurri, caratterizzata da giochi chiaroscurali che creano nelle ombre veri e propri pozzi di tenebra. E poi l'occhio della telecamera intenzionato a non lasciare un attimo di respiro, spingendosi oltre il confine del “mostrabile sullo schermo”. Saw III, infatti, è l'episodio più gore della saga, per ben sei volte respinto dal MPAA, l'ente della censura americana, prima di ottenere il Rating R. Le torture mostrate sono più macchinose rispetto a quelle dei precedenti episodi e, in qualche modo perverso, anche più raffinate.

La sarabanda di sangue, che Bousman e soci mettono in scena, spazia da ossa spezzate a corpi smembrati, da surgelati umani a frullati di maiali decomposti, fino a raggiungere l'apice con un operazione al cervello compiuta con attrezzi da bricolage e mostrata al pubblico in presa diretta. Il livello di violenza e sadismo raggiunge livelli che difficilmente verranno eguagliati; la tensione si mantiene sempre sostenuta, complice un ritmo altamente serrato, e la storia si conclude, come da tradizione, con un epilogo imprevedibile che lascia aperte molto domande. Inevitabile, dunque, attendere con ansia il numero IV.

di Marco Filipazzi
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