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Chiamami col tuo nome Recensione di NapoleoneWilson


Chiamami col tuo nome Recensione di NapoleoneWilson

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"Chiamami col tuo nome"(Call Me By Your Name)(Usa 2017), Luca Guadagnino


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Il giudizio in generale se non imperante, sull’ultimo film di Guadagnino, sembra uno scherzo. Le recensioni sono spesso assurdamente sperticanti a fare a gara nel conferirgli quattro stelle. Veramente? Non si può non sospettare che qualcuno sia stato pagato per influenzare il mood, che non a caso è partito da una abile campagna di promozione al solito negli Stati Uniti, e non in Italia, dove Guadagnino fin qui non aveva mai goduto di tutta questa rete di appoggi e considerazioni. Adesso, chi ha più il coraggio nella stampa specializzata italiana notoriamente poco indipendente da ogni tipo di conformismi, di ravvisare se non altro il tedio narrativo e la lentezza spropositata, di questo film? Tant’è che il precedente film sempre girato in inglese e da egli diretto “A Bigger Splash”(facente parte con quest’ultimo di una sorta di trilogia) in Italia non se lo era filato come gli altri commercialmente quasi nessuno, e certo, anche perché il film d’esordio del nostro oltre una decina di anni fa, fu il “reclamizzato” “Melissa P. o 100 colpi di spazzola prima di dormire”, non esattamente il migliore dei biglietti da visita.
Arrivando a “Call Me By Your Name”, il film si potrebbe definire una storia (ambientata come va adesso negli anni ’80, e dalle superficiali reminiscenze estive e dorate nei ricordi di “Come in uno specchio” Through a Glass Darkly1961 di Ingmar Bergman); nella quale si perde rapidamente ogni interesse per i personaggi, una sequela infinita di scene inutili, una dopo l’altra, ma tutte attentamente congegniate e studiate per attirare il consenso da gay pride di tutte le potenti lobby del “politically correct” all’incontrario, oggi dominante nel cinema americano, e in minore ma sempre crescente parte, anche da noi. Nell’ormai già “famoso” momento in cui Elio fa sesso con la pesca, scena furbissima per fare attirare l’attenzione montando il solito “scandaletto” ad arte, siamo ben al minuto 122’, su 132’ minuti di un polpettone buonista e sentimentalone, ovviamente manco a dirlo, pro-gay. Onestamente, quasi più di quello che spettatore c’era da poter sopportare, e un simile tedio cinematografico non mi era personalmente capitato spesso, da molti anni a questa parte. Il film comunque non affronta né si interroga neppure nei suoi ultimi 30 minuti, sulla moralità di un uomo in fin dei conti molto più anziano, che ha una relazione sessuale con un ragazzo di soli 17 anni, nessuno che nel 2018 si scandalizzi più per queste cose e ci mancherebbe, -anche se questo rimane uno degli obiettivi nemmeno tanto reconditi del film-, ma Guadagnino ce ne perdoni, queste cose le faceva meglio e veicolandole con storie e adattamenti infinitamente migliori, Pasolini oltre 45 anni fa. Per non parlare di Luchino Visconti inarrivabile modello di pretenziosità stilistica e ricchezza formale di Guadagnino, a cui qualche demenziale propagandista lo ha improvvidamente accostato. Il film è tratto da un racconto omonimo scritto da Andrè Aciman e adattato nella sceneggiatura da James Ivory, l’imbolsito Ivory di adesso, ed è tutto dire. “I Racconti di Brokeback Mountain”, tanto per citare un film e americano recente, è infinitamente più interessante, più approfondito e ricco di sfumature, oltre che con una prova degli attori infinitamente migliore.

Enrico Bulleri

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di NapoleoneWilson
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