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The Handmaid's Tale Recensione stagione 1


The Handmaid's Tale Recensione stagione 1

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Da dove sarà venuta fuori l’idea che sta alla base di The Handmaid's Tale? Immaginare un mondo terrorizzato e violento in cui le donne vengono violentate, colpevolizzate, mutilate, sottomesse, zittite, obbligate ad avere figli o a dare via i propri figli. Ah già, ma è il nostro mondo.

Il racconto dell’ancella, la serie rivelazione del 2017, è una delle narrazioni più dure e dolorose che la tv e il cinema abbiano mai offerto al grande pubblico. Dal romanzo del 1985 della scrittrice femminista Margaret Atwood – dalla sua penna proviene l’opera da cui Netflix, sempre quest’anno, ha prodotto Alias GraceBruce Miller trae lo show andato in onda sul canale Hulu da aprile 2017. Tra i protagonisti ci sono la star di Mad Men Elisabeth Moss (qui anche nel ruolo di produttrice), Alexis Bledel (Gilmore Girls) e Joseph Fiennes.

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Under his Eye
In un futuro indefinito, dove terrorismo, disastri ambientali e spopolamento hanno gettato il mondo in uno stato di paura e debolezza, gli Stati Uniti non esistono più. Al loro posto c’è la Repubblica di Gilead, governata dai Comandanti: un regime totalitario, misogino e radicalista la cui legge si ispira alla Bibbia. Le donne, sottomesse agli uomini, sono Mogli, serve (chiamate Marte) o Ancelle. Queste ultime, le poche donne fertili rimaste, sono state rapite e private dei loro affetti. Vestite di un nobile colore rosso vengono istruite per un solo scopo: essere ospitate in casa dai Comandanti e dalle loro mogli, per fare sesso con gli uomini e generare nuovi figli di Gilead. Dalla buona riuscita della Cerimonia, così viene chiamato il rito riproduttivo, dipende lo status di un'Ancella, insieme alla sua sopravvivenza.

A giudicare dall’effetto dirompente ottenuto da Margaret Atwood sul piccolo schermo, sembra strano immaginare che già nel 1990 esistesse un film, diretto da Volker Schlöndorff, tratto da Il racconto dell'ancella. Tralasciando per un attimo la straordinaria regia della serie, insieme ai costumi e alla fotografia immediatamente riconoscibili, possiamo domandarci a cosa si debba nel 2017 il successo di una storia “vecchia” di 32 anni, per giunta già approdata al cinema. E per successo non si intende qualche meme sui social e un po’ di passaparola: parliamo di una seconda stagione rinnovata appena una settimana dopo la messa in onda del pilot, 8 Emmy vinti e una cascata di Golden Globe.

L’arguzia del progetto The Handmaid's Tale sta sicuramente nell’avere intuito che nel romanzo della Atwood c’erano già tutti quegli argomenti che, se nel 1990 apparivano distopici, oggi sono realtà. La violenza sulle donne, la maternità surrogata, il dibattito agghiacciante su quando uno stupro possa considerarsi tale, le polemiche sul ruolo delle donne nei luoghi del potere. Tutti questi temi si sono insinuati sotto la pelle del pubblico e hanno raccontato un futuro che, come dice uno dei bellissimi character poster della serie, è un «fucking nightmare». A questo si aggiunge l’assoluta attualità dello scenario in cui si muove la serie: un regime totalitario misterioso e sfuggente, che poggia su un fondamentalismo religioso. Vi dice qualcosa? Ecco infatti. Solo che stavolta a terrorizzarci non è una religione esotica, ma un occhio potente che tutto vede.

L’arguzia del progetto The Handmaid's Tale sta nell’avere intuito che nel romanzo della Atwood c’erano già tutti quegli argomenti che, se nel 1990 apparivano distopici, oggi sono realtà.

Rachel gave him Bilhah, her handmaid, to wife: and Jacob went unto her
Il passo 30,4 della Genesi narra il momento in cui Rachele, sterile, concede al marito Giacobbe la sua ancella prediletta perchè giaccia con lui e gli dia un figlio. Questi versi vengono letti durante la Cerimonia, il momento "sacro" dell'accoppiamento tra il Comandante e l’Ancella, che avviene sul grembo della Moglie. Attorno a questo rito e ai suoi protagonisti – il comandante Fred (Joseph Fiennes) e la sua consorte Serena Joy (Yvonne Strahovski), un personaggio eccezionale, fragile e crudele – ruota il pilot di The Handmaid's Tale. La sequenza della Cerimonia, che si colloca significativamente a metà dell’episodio 1, è il primo grande pugno nello stomaco allo spettatore. Una pratica disumana, una delle tante a cui assisteremo nella serie, quasi sempre attraverso gli occhi di Offred: la nostra protagonista, il cui nome dà anche il titolo al pilota.

Elisabeth Moss, dopo i panni progressisti di Peggy Olson in Mad Men, veste qui la tunica rossa dell’Ancella. Spoilerare la trama di questa serie eccezionale è un vero peccato: basti sapere che la protagonista è una donna divisa tra un presente apatico, un recente passato di sofferenze e un altro più remoto che le è stato strappato. L’evoluzione di Offred attraversa tutti i temi della serie: la sottomissione, il potere, la seduzione, l’amicizia, il senso di colpa e, ovviamente, la maternità. In un mondo di donne a tinte forti, i grigi della sua personalità contrastano con la tunica rossa che le è stata imposta.

Di Offred la regia non perde neanche una sfumatura, un'espressione, un movimento. Man mano che in scena la tensione cresce, l'inquadratura si chiude sempre di più; fino a che lo spettatore può leggere chiaramente sul volto della straordinaria Elisabeth Moss chi è la protagonista assoluta della storia. Anche se, unica critica che si può fare alla prima stagione di The Handmaid's Tale, la vicenda della protagonista finisce per sormontare lo scenario, rendendo così il dramma sempre meno sociale e più personale.

You can still have children, but things will be so much easier for you now
Chi se la ricorda nei panni di Rory in Gilmore Girls, intenta a battere il record per il numero di parole pronunciate al minuto, sarà sconvolto dal silenzioso talento di Alexis Bledel in The Handmaid's Tale. Il suo personaggio, Ofglen, è uno dei più tragici dell’intero show: un’ancella illegalmente gay, vittima di mutilazione genitale (tra le altre cose).

Il destino di Ofglen si compie nell’episodio 1x03 Late: un magistrale crescendo di brutalità. Sin dai primi minuti lo spettatore è accolto dall'immagine dell’ancella e della sua amante, accusate di “tradimento di genere”, immobilizzate con manette e museruola; la storyline prosegue nella terribile scena della condanna e dell'impiccagione della Marta; infine la chiusura, che rivela senza troppi giri di parole il trattamento subito da Ofglen. Nonostante la violenza delle immagini, ciò che disturba maggiormente è proprio l'umiliazione della museruola, che impedisce alle due amanti di dirsi addio e persino di lamentarsi. Attraverso l’espressione cristallina dei suoi occhi, il tremore delle mani e qualche gemito, Alexis Bledel trasmette tutto lo strazio di un personaggio destinato a combattere (speriamo) anche nella prossima stagione.

Momenti cult

- La prima Cerimonia;
- Il parto di Janine;
- Il processo di Ofglen, con la magnifica interpretazione di Alexis Bledel, nella 1x03;
- La controversa storyline di Serena Joy, tra presente e passato, nella 1x06;
- Jezebels, Moira e i segreti di Gilead;
- “Praise be, bitch”: Offred e il pacchetto di Moira.

Praise be, bitch
Amicizia, affetto materno, solidarietà femminile. Come dice Offred nella 1x04, finale motivazionale di una delle puntate più cupe dell’intera serie, «They should never have given us uniforms if they didn't want us to be an army ». E in effetti ciò che si viene presto a delineare è come la cattività delle Ancelle abbia generato in questo gruppo di donne, schiave privilegiate, il riconoscimento di una condizione uguale, che passa per confidenze più o meno esplicite, per la presa d’atto di un passato e un presente di sofferenze comuni e per la speranza di un futuro diverso.

In questo scenario senza misericordia, in cui le donne sono ridotte a oggetti di servizio, c’è ancora spazio per emozioni umane come l’odio razionale e l’amore sragionato. I personaggi simbolo di questi sentimenti estremi, che finiscono per comporre le due parti della protagonista, sono Moira e Janine: la prima, dotata di sconfinata tenacia e forza d’animo, esce di scena (più o meno) vincente; la seconda, innocente vittima di una sofferenza vera e animale, viene quasi fatta a pezzi (letteralmente) da Gilead. Se attraverso Janine si manifestano alcuni dei rapporti più puri e positivi della serie, anche quando riguardano personaggi odiosi come zia Lidia, Moira è un personaggio fondamentale per la narrazione di Offred: sua proiezione e suo alter ego.

Moira appartiene a entrambe le dimensioni temporali e spaziali della protagonista e a tutti i suoi mondi. Inoltre, dal loro inaspettato ricongiungimento nella 1x08, Moira rappresenta anche la parte oscura di Gilead, quel controverso luogo di illegalità, libertà, schiavitù, ribellione che è Jezebels. Ecco allora che a Janine e Moira viene affidata la svolta del personaggio di Offred nell’ultima puntata: la scelta della protagonista. A metà dell’episodio 10 il pacchetto che Moira consegna a Offred è funzionale a uno dei momenti più struggenti della serie: mentre Offred sta per arrendersi sotto il ricatto di Serena Joy, questo oggetto risveglia la speranza e la coscienza della protagonista. E torna a farla sentire – e a farci sentire – parte di un esercito di donne. Proprio come il sasso gettato per terra, in rifiuto della pubblica lapidazione di Janine, simboleggia l’inizio della lotta e determina il non-finale della stagione 1.

di Aurora Tamigio
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