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Recensione Silenzio in sala
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Arriva in Italia l’ultimo lavoro del regista argentino Juan Jose Campanella, Il segreto dei suoi occhi, premiato con l’Oscar come miglior film straniero nel 2010. Gli occhi.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Su di loro Campanella fissa l'attenzione per scandagliare la storia, i destini, le emozioni dei personaggi della sua storia: cosa possono raccontare sulla vita di un vecchio che si ritrova a mangiare in totale solitudine? E dell’incertezza, del timore e della frustrazione che accompagnano un amore impossibilitato a sbocciare? Cosa possono esprimere della ferrea determinazione che accompagna il dolore di un uomo innamorato o della sottile linea che divide la passione più pura dall’odio più cieco?

Benjamin Esposito (Ricardo Darìn) è un anziano impiegato del tribunale penale, ormai in pensione. Vecchio e solo, decide di ripercorrere la sua vita scrivendo un romanzo sull’episodio che ne rappresenta il vero e proprio crocicchio: venticinque anni prima, nell’Argentina del collasso economico e sociale che si preparava a vivere la dittatura di Videla, aveva lavorato al caso dell'omicidio della giovane e bellissima Liliana, uccisa dopo essere stata brutalmente picchiata e stuprata. Colpito dall’amore incrollabile che continua a dimostrarle il marito Ricardo (Pablo Rago), Benjamin si mette sulle tracce dell’assassino, aiutato dal collega Pablo Sandoval (Guillermo Francella), un uomo tanto geniale quanto autodistruttivo, e dal suo capo, Irene Menendez Hastings (Soledad Villamil), della quale è segretamente innamorato (e altrettanto nascostamente ricambiato) ma frenato dal fidanzamento della donna e dalla enorme differenza di ceto sociale. La caccia si conclude con successo grazie a un folle inseguimento sulle tribune del “Cilindro” di Avellaneda e alla fine psicologia di Irene. L’assassino sfugge però alla giusta condanna grazie a un gioco politico di favori e ripicche, penoso marchio di fabbrica dell’Argentina del periodo. Mentre scrive, riavvicinandosi così a Irene, decide di rimettersi alla ricerca dell’assassino per dare un senso alla sua vita e alle sue scelte passate.

Partendo da un noir, Campanella ci regala un film sull’amore più puro, un sentimento in nuce, o piuttosto che non ha mai avuto il tempo di nascere, crescere e morire, legandolo a doppio filo al tema della memoria, il ricordo degli eventi passati che ci permette di cambiare il presente per poter vivere un futuro diverso. “Le scelte che abbiamo preso trent’anni fa”, dice Campanella, “influenzano profondamente ciò che siamo noi oggi”: e questa teoria, come direbbero gli americani, delle “sliding doors”, Campanella la allarga dai suoi personaggi a tutta l’Argentina, un paese prossimo alla dittatura, cupo e opprimente come il Cile di Pinochet in Tony Manero.

Colpito dall’amore incrollabile che continua a dimostrarle il marito Ricardo ([Pablo Rago]), Benjamin si mette sulle tracce dell’assassino, aiutato dal collega Pablo Sandoval ([Guillermo Francella]), un uomo tanto geniale quanto autodistruttivo, e dal suo capo, Irene Menendez Hastings ([Soledad Villamil]), della quale è segretamente innamorato (e altrettanto nascostamente ricambiato) ma frenato dal fidanzamento della donna e dalla enorme differenza di ceto sociale

Ma il ricordo può regalare un futuro nuovo a tutto il paese. Campanella è bravo a non rallentare mai i ritmi (si vede che ha lavorato nelle serie tv americane) e stupisce, regalando inquadrature suggestive: su tutte il fantastico piano sequenza dello stadio durante la partita del Racing Avellaneda. Cast ottimo, personaggi ben calibrati, un’inquietudine latente che pervade il film e si sfoga nel drammatico colpo di scena finale: Oscar meritato.

di Marco D'Amato
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