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Recensione Silenzio in sala
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Diciamolo chiaramente: trasporre un film partendo da un videogioco picchiaduro non è un'impresa facile. Non tanto per le flebili trame o le bizzeffe di combattimenti coreografati di cui sono infarciti (anche i film di Bruce Lee lo erano, eppure hanno lasciato il segno), quanto per una reale mancanza di originalità che fa precipitare la maggior parte dei tentativi nel baratro del già visto.

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Voto Silenzio in Sala: 1.0/5
Voto utenti: 3/5

Il primo videogioco a tentare un passo del genere fu proprio Street fighter che approdò sugli schermi nel 1994 in una poco esaltante pellicola scritta e diretta da Steven E. de Souza con Jean Claude Van Damme e Kylie Minogue, senza ottenere (nemmeno lontanamente) il successo sperato. Il cinema odierno, rivoluzionato da nuove tecnologie che rendono i film sempre più spettacolari e sempre meno concettuali, in un excursus di effetti digitali legati tra loro da trame tanto esili da sembrare solo un pretesto, è il terreno fertile per poter coltivare l'ennesimo film-videogame.

A produrre il rebooth ci pensa la 20th Century Fox, che stanzia cinquanta milioni di dollari, affida la sceneggiatura al semi-esordiente Justin Marks (qui al suo quarto lavoro) e la regia al polacco Andrzej Bartkowiak. Sebbene questo annoveri nel suo curriculum di direttore della fotografia pellicole del calibro de I gemelli, Speed e L'avvocato del Diavolo, quello di regista non è così entusiasmante, costellata da flop commerciali e decisamente privi di spessore come Doom e Romeo deve morire. Stessa musica vale per il cast artistico, costellato perlopiù da stelle eclissate. La protagonista è Kristin Kreuk (la Lana Lang di Smallville) affiancata dai poliziotti buoni Chris Klein (American Pie 1 e 2) e Moon Bloodgood (Terminator Salvation) mentre tra le file dei cattivi, capitanati da Neal McDonough (reduce di Desperate Housewives), troviamo Michael Clarke Duncan (il gigante nero de Il miglio verde) e Jaime Louis Gòmez, ovvero Taboo dei Black eyed peas. Insomma, le premesse non sembrano essere delle migliori, ma una chance la si dà a chiunque.

La storia ruota intorno a Chun Li (una Kristin Kreuk decisamente impreparata a reggere novanta minuti da protagonista), che abbandona il suo status di ragazza dei quartieri alti per intraprendere un viaggio che la porterà da san Francisco a Bangkok, alla ricerca del padre scomparso, nonché del proprio destino.

Il cinema odierno, rivoluzionato da nuove tecnologie che rendono i film sempre più spettacolari e sempre meno concettuali, in un excursus di effetti digitali legati tra loro da trame tanto esili da sembrare solo un pretesto, è il terreno fertile per poter coltivare l'ennesimo film-videogame

Qui, sotto la guida del maestro Gen (Robin Shou), imparerà a controllare la propria rabbia e affinare le tecniche di combattimento per fronteggiare il boss malavitoso Bison (Neal McDonough) e il suo esercito di scagnozzi.

In breve: la solita lotta tra bene e male, infarcita di luoghi comuni, personaggi stereotipati, immersi in cliché e dialoghi che definire banali sarebbe eufemistico, il tutto condito da un eccesso di serietà decisamente fuori luogo. E se in un film del genere ci si appaga della spettacolarità dei combattimenti, purtroppo anche quelli sanno di già visto, con artisti marziali che volano attraverso le stanze, sfondano muri e porte e si rialzano ancora pettinati e letteralmente senza un graffio ( nel videogioco almeno sanguinavano...). In più tutto risulta legnoso a causa di un lavoro grossolano di regia/coreografia. Anche nei salti acrobatici, che da Matrix in poi vengono inseriti in ogni dove, si avverte la presenza dei cavi nonostante siano stati eliminati in CGI.

Street Fighter: The Legend of Chun Li è un film del quale non si sentiva il bisogno, che scorre piatto dall'inizio alla fine, e di cui rimangono vagamente impressi i paesaggi della metropoli thailandese e la contrapposizione ghetti/quartieri alti, ma mostrati pur sempre con troppa superficialità.

di Marco Filipazzi
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