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La vie en rose Recensione


La vie en rose Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Presentato in concorso alla Berlinale 2007, La vie en rose racconta la vita della famosa cantante francese Édith Piaf. Al secolo Édith Giovanna Gassion, raggiunse il successo ad appena vent’anni e la sua bravura e notorietà crebbero enormemente fra gli anni Trenta e Sessanta, tanto da farne una delle principali esponenti del cosiddetto spirito parigino della rive gauche, di quell’intellettualismo ribelle e intriso di inquietudine tipicamente bohémien.

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Chi credesse però di vedere un biopic dovrà ricredersi, perché Olivier Dahan realizza piuttosto un vorticoso e altalenante viaggio emotivo nella vita della Piaf, selezionandone e dando maggiore rilevanza alle sue passioni e alle fratture esistenziali.

La vie en rose è un omaggio – non un docu-dramma, sebbene sia molto fedele – alla vita della cantante, che utilizza una narrazione non lineare in cui presente e passato scorrono sulla stessa linea, con veri e proprio tuffi in quelle che furono le tappe fondamentali della storia dell’artista. Figlia di un saltimbanco e di una cantante di strada che l’abbandonò in tenera età, Édith (Marion Cotillard) crebbe in un bordello con una prostituta come madre dalla quale fu successivamente strappata dal padre che si rifece vivo dopo molti anni. Insieme a lui cominciò a guadagnare da vivere esibendosi per le strade e passando il resto del suo tempo bevendo e frequentando malviventi insieme all’inseparabile amica Mômone (Sylvie Testud), finché non fu notata dall’impresario Louis Leplée (Gérard Depardieu) che la fece debuttare al cabaret come la “Môme Piaf” (letteralmente la “ragazzina passerotto”). Fra alti e bassi iniziò da lì la sua scalata al successo da Parigi a New York, da un impresario all’altro, da un uomo all’altro, ma fu solo al pugile Marcel Cerdan (Jean-Pierre Martins) che concesse totalmente il suo cuore, presto spezzato irreparabilmente dalla sua morte. Édith Piaf dovette combattere per tutta la vita con il suo passato, con se stessa, con l’alcolismo, l’artrosi, gli stati di delirium tremens, con il suo corpo: la battaglia continua dell’esistenza la vessò a tal punto da farla apparire come una vecchia ricurva a poco più di quarant’anni.

Una storia tragica, di una donna violentata dalla vita, alla quale però è rimasta aggrappata come poteva, cercando sempre di vederla "attraverso tinte rosa". L’interpretazione della Cotillard, meritatamente premiata con l’oscar, è impressionante: dall’aspetto, alla recitazione, alle movenze della cantante.

Figlia di un saltimbanco e di una cantante di strada che l’abbandonò in tenera età, Édith ([Marion Cotillard]) crebbe in un bordello con una prostituta come madre dalla quale fu successivamente strappata dal padre che si rifece vivo dopo molti anni

Marion diventa davvero il “passerotto” Piaf, basso, goffo e sopra le righe, con due grandi ed espressivi occhi blu che racchiudono la natura di questo grande personaggio, piccolo e fragile ma così appassionato e determinato. Uno degli aspetti che viene più sottolineato nel film è infatti proprio la disperata vitalità di questa môme che ama in maniera sfrenata e intona il suo amore e le sue passioni, che canta per non morire: «Se non potesse più cantare?» le chiede una giornalista, «Ah non vivrei» risponde Édith. Una fotografia dai toni cupi caratterizza tutta la pellicola, in pochi momenti la vita della Piaf si illumina, raggiungendo il suo massimo splendore quando è sul palco, solo lì il suo corpo è completamente avvolto dalla luce dei riflettori tanto da creare un effetto silhouette quando viene inquadrata da dietro. Difficile non essere colpiti, nel bene e nel male, dalla volubilità e dalla forza della donna Édith, impossibile non essere coinvolti emotivamente dall’artista, dalle potenti note che escono da quel gracile corpo che sembra debba andare in frantumi da un momento all’altro.

Le ultime scene del film sono anche quelle delle sue ultime esibizioni, e anche le ultime della sua vita. Alla fine degli anni Cinquanta, sul palco dell’Olympia di Parigi, canta disperatamente quello che sarà il suo testamento spirituale, Non, je ne regrette rien. Quando si rende conto di non poter più tornare indietro e riprendersi dopo l’ennesimo malore in scena, muore prima nell’anima e poi gradualmente nel corpo.

di Tania Marrazzo
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