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Mortal Kombat Recensione


Mortal Kombat Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Nel 1987 il mondo dei videogiochi venne rivoluzionato dalla scesa in campo di Street Fighter, che potremmo tranquillamente definire come il primo picchiaduro della storia. Il successo fu immediato e ovviamente, negli anni successivi, frotte di cloni invasero le sale giochi senza però riuscire a eguagliare il prodotto originale.

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Tutti meno uno: Mortal Kombat. A favore di quest'ultimo deposero la grafica innovativa (vennero digitalizzati attori in carne e ossa) e l'elevato tasso di violenza e sangue. Quando, nel 1994, la Universal annunciò che Street Fighter sarebbe diventato un film, fu praticamente immediata la reazione della New Line che mise in cantiere Mortal Kombat. L'incontro, quindi, uscì dalle sale giochi e approdò sul grande schermo. Il film arrivò nei cinema l'anno successivo, con una trasposizione che ricalcava fedelmente la trama del videogioco.

Il Mortal Kombat è un torneo che si svolge una volta ogni generazione, al quale partecipano i migliori combattenti dell'universo. L'immortale imperatore Shao Khan, e le sue orde del male, devono vincere per dieci volte di seguito il torneo se vogliono lasciare il regno di Outworld e poter finalmente conquistare la Terra. Sono a quota nove.

Mortal Kombat di certo non passerà alla storia come una delle miglior pellicole degli anni '90, ma comunque regala allo spettatore esattamente ciò che si aspetta: un agglomerato di combattimenti (cosa che mancava nel film di Street fighter) in suggestive location.

A proteggere la Terra dovranno pensarci un agente speciale dell'Unità Forze Speciali USA, Sonya Blade (Bridgette Wilson, (Last action hero), un gradasso attore di film d'azione, Johnny Cage (Linden Ashby, Resident evil: extinction) e Liu Kang (Robin Shou, visto nel recente Street fighter: Legend of Chun-Li), membro dell'ordine segreto di monaci del Loto Bianco. I tre saranno accompagnati nel loro viaggio dal dio del tuono, protettore della razza umana, Raiden (Christopher Lambert).

La regia venne affidata all'allora esordiente Paul W. S. Anderson (nel 2002 avrebbe portato sul grande schermo un altro grande videogioco: Resident evil) che riuscì nell'intento di confezionare uno dei primi film etichettabili come blockbuster: trama esile, personaggi che nonostante la loro bidimensionalità riescono a risultare simpatici (Johnny Cage in primis), scenografie monumentali anche se di tanto in tanto risultano un po' troppo posticce.

Inoltre Mortal Kombat fu anche uno dei primi film del genere a fare massiccio uso di effetti digitali (Reptile nella sua versione animalesca; le trasformazioni di Shang Tsung; i rettili che escono dalle mani di Scorpion) mentre il guerriero mezzodrago Goro è stato realizzato con la vecchia tecnica dello stop-motion. Mortal Kombat di certo non passerà alla storia come una delle miglior pellicole degli anni '90, ma comunque regala allo spettatore esattamente ciò che si aspetta: un agglomerato di combattimenti (cosa che mancava nel film di Street fighter) in suggestive location che spaziano da foreste di bamboo a tombe sotterranee, da mondi alieni ad arene da gladiatori, il tutto unito con la colla di una trama che ripropone l'ennesima rilettura della lotta tra bene e male. L'accoglienza del pubblico fu calorosa, decretandone il successo al botteghino nonostante la freddezza della critica. Fu inevitabile un immediato sequel (Mortal Kombat - Distruzione Totale, datato 1997) al quale, però, né Anderson, né la maggior parte del cast artistico originale prese parte. Inutile dire che fu un flop colossale.

di Marco Filipazzi
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