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Recensione Silenzio in sala
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Bridget Jones (Renee Zellweger) ha trovato l’amore, un lavoro come inviata speciale in un programma televisivo, ha portato avanti i buoni propositi per l’anno nuovo e la fortuna pare finalmente sorriderle. Inoltre, la sua love story con l’affermato avvocato Mark Darcy (Colin Firth), o meglio definito “il miracolo vivente”, veleggia fiera in placide acque.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Daniel Clever (Hugh Grant), il capo tanto affascinante quanto inaffidabile, è uscito di scena e nulla può compromettere la felicità tanto agognata. Finché a Bridget non viene proposto il ruolo di guida in un viaggio di lavoro, niente poco di meno che in Thailandia. Peccato che in quell’occasione dovrà affiancare il mago dello schermo Daniel Clever, divenuto volto di spicco di un network televisivo e non più editore capo. Insomma sembra davvero impossibile liberarsi dell’ex e come se non bastasse poi, Rebecca Giles (Jacinda Barrett) avvocato, donna molto femminile, elegante e seducente lavora come assistente al fianco di Mark Darcy, e ha tutta l’aria di mirare a qualcosa di più. Tra gag esilaranti, battute al pepe e intrecci sentimentali inaspettati, la nostra beniamina cercherà di riconquistare il suo uomo, senza perdere la buona abitudine a pasticciare sempre tutto.

Da un soggetto di Helen Fielding, sceneggiatrice anche del prequel, torna sul grande schermo la pasticciona più amata dalle donne. Bridget Jones continua a far sorridere con le sue battute, le sue buffe espressioni, le sue affermazioni al peperoncino, tanto piccanti da imbarazzare tutti fuorché lei. Rispetto all’originale, il sequel si limita a riprendere temi già visti e a condirli diversamente, aggiungendo ingredienti nuovi e introducendo nello script antieroi per arricchire la trama e stupire con altri colpi di scena.

Peccato che in quell’occasione dovrà affiancare il mago dello schermo Daniel Clever, divenuto volto di spicco di un network televisivo e non più editore capo

Come il viaggio in Thailandia, che a causa di un banale disguido, si tramuta in disavventura. Bridget affronta il carcere, in cui viene detenuta con l’accusa di spaccio di droga. Ma neppure in quella circostanza drammatica perde la sua naturale verve alla parodia autoreferenziale, insegnando alle detenute Like a virgin con annesso balletto.

I personaggi che hanno decretato il successo del “Diario” sono sempre gli stessi: Hugh Grant è il solito mascalzone impenitente; Colin Firth, l’avvocato tutto d’un pezzo, fa temere in un volta faccia finale e gli amici onnipresenti e onniscienti di Bridget.

Unica eccezione sulla scena è la bella Rebecca, che seppur dotata di lunghe gambe e faccia d’angelo, s’innamora della persona sbagliata, mandando a monte tutte le fantasie dell’ingenua Jones. Nonostante la minestra in talune scene appaia semplicemente riscaldata, ad esaltarne il sapore è l’irrefrenabile sense of humor e l’efficacia dei dialoghi, in cui risiede il punto di forza del film. Poco importa se la scena della caduta comica sia il leitmotiv di entrambe le pellicole (pensiamo al lancio col paracadute, al tonfo di Bridget a naso in su dalla rampa di lancio dei pompieri, alla discesa libera sulla neve), se il risultato finale è la capacità in fin dei conti di strappare un sorriso e di rendere godibile la visione.

di Antonella Sugameli
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