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Chinatown Recensione


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Noir mon amour: Chinatown è la dimostrazione del grande amore che un maestro del cinema come Roman Polanski covava per il genere più affascinante e sordido che la cinematografia abbia mai partorito. Un classico relativamente recente, se paragonato ai capolavori del genere, che dagli '30 in poi ha contaminato la materia hollywoodiana indelebilmente.

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Il tempo in cui Humphrey Bogart, armato di pistola e con sigaretta perennemente in bocca, conduceva indagini su quel filo sottile che separava l'ipocrisia imperante dell'America bene dal delitto e dalla pena. Come reggere il confronto con un vero e proprio mito? Chiederlo a Jack Nicholson, il cui Jake Gittes, protagonista di Chinatown, è una figura entrata anch'essa nel mito, non risparmiandosi neppure un seguito (Il grande inganno, diretto dallo stesso Nicholson)). Con questo film Polanski, al suo ultimo lavoro sui lidi d'Oltreoceano, ha sfoggiato con classe ed eleganza le reminescenze del passato adattandole senza alcun intoppo alle esigenze del periodo in cui uscì (e i quasi quarant'anni di "vecchiaia" non si sentono minimamente).

Los Angeles, 1937. L'investigatore privato Jake Gittes, viene ingaggiato per indagare su un banale caso di tradimento. In realtà viene raggirato, e si trova invischiato in una sorta di intrigo che riguarda un caso di pubblica corruzione. Conosce così la signora Evelyn Mulray (Faye Dunaway), moglie del funzionario pubblico Hollis, che viene trovato morto annegato in un canale. Innesca con lei una relazione basata sul sospetto e l'attrazione, e continuando le indagini nonostante i pericoli cui si trova davanti, scopre un sottile e fitto nido di complotti e doppi giochi che mettono a rischio la sua vita e quella di Evelyn.

I capisaldi del noir sono mantenuti: il classico investigatore privato, non bello ma carismatico, ha qui il ghigno di Nicholson e la dark lady della fascinosa Dunaway.

Il destino è pronto a compiersi a Chinatown.

Undici nomination agli Oscar, anche se alla fine ad aggiudicarsi la statuetta è stato soltanto lo sceneggiatore Robert Towne. Più fortuna ai golden globe, con ben quattro assegnazioni. Chinatown è sicuramente il più importante film americano di Roman Polanski, sia per l'apprezzamento del pubblico che della critica.

Fortemente debitore delle atmosfere chandleriane, la storia è un continuo crescendo di emozioni e colpi di scena, ibridando al meglio la componente introspettiva a quella d'azione, che esplode verace in scene madri di grande impatto emotivo, su cui spicca il drammatico finale. Un racconto in cui demoni travestiti da uomini sfruttano il potere (o denaro, che dir si voglia) per raggiungere i propri scopi, incuranti delle conseguenze che le loro azioni possano portare. I capisaldi del noir sono mantenuti: il classico investigatore privato, non bello ma carismatico, ha qui il ghigno di Jack Nicholson; la dark lady è la fascinosa Faye Dunaway; i cattivi, intoccabili, su cui spicca un immenso John Huston (regista di uno dei più grandi capolavori noir, Il mistero del falco con Humphrey Bogart). Senza dimenticare, naturalmente, il gustosissimo cameo dello stesso Polanski, nei panni di un malavitoso che ferisce al naso Gittes. Chinatown è un viaggio nel passato, girato con lucida attenzione ai particolari, che Robert Towne e Roman Polanski sono riusciti a trasportare con eleganza e classe, riuscendo nell'ardua impresa di resuscitare uno stile cinematografico di cui, ancor oggi, si sente fin troppo la mancanza.

di Maurizio Encari
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