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The Handmaid's Tale Recensione stagione 2


The Handmaid's Tale Recensione stagione 2

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La prima stagione di The Handmaid's Tale ha costituito un perfetto sodalizio tra regia e scrittura: fatta eccezione per un paio di puntate troppo lente, verso la parte centrale, gli eventi hanno viaggiato con coerenza da un pilot dirompente all’apertissimo finale di stagione. La season 2, che ha debuttato su Hulu ad aprile 2018, è stata invece più discussa. Oltre alla tendenza a ripetere situazioni già viste e ad abbandonare/riprendere i personaggi in modo troppo repentino, alcune idee non sono risultate proprio vincenti. Come la frettolosa diplomazia della 2x09 Smart Power o l’inverosimile super-parto di June nella 2x11 Holly. La maggiore libertà rispetto al romanzo ha evidentemente costituito un elemento di difficoltà, come anche la necessità di estendere la narrazione dalla vicenda personale di Offred/June all’intera Gilead.

La stagione 2 di The Handmaid's Tale non ha la lucidità della prima. Ma se le dieci puntate del 2017 funzionavano meglio nel complesso, la season 2 vanta un maggior numero di singoli episodi magistrali. Inoltre, considerata la quantità di prodotti cinematografici al femminile che hanno popolato Hollywood dopo #MeToo, capaci di dire poco o niente di nuovo (basti guardare la noia degli ultimi Oscar), The Handmaid's Tale si conferma invece una storia necessaria non solo per il pubblico femminile.

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I’m June Osborne, I’m free
Considerato l’enorme cliffhanger che chiudeva la stagione precedente, la prémiere della season 2 doveva per forza ripartire dal tema della ribellione. Avevamo lasciato Offred e le sue compagne ancelle, dopo l’ammutinamento, pronte ad affrontare la punizione. Le ritroviamo prigioniere. E i primi 10 minuti della puntata 2x01 June sono sensazionali, come tutto in questo episodio.

Il teaser, ovvero la condanna delle ancelle, è una sequenza straziante: sulle note da brivido di A woman’s work di Kate Bush, osserviamo per lunghi minuti queste giovani donne - letteralmente spaventate a morte - reagire in modo diverso sul patibolo, fino al (prevedibile) colpo di scena. L’ira di Gilead, con tutta la sua violenza fisica e psicologica, si abbatte sulle ancelle. Compresa Offred. Incinta, la protagonista non può essere torturata nè picchiata, ma iniziamo a scoprire gli infiniti modi (e lungo la stagione li vedremo tutti) in cui si può fare male a una donna che aspetta un bambino. Dal momento che il suo destino è anche peggiore di quello delle compagne, fuggire verso la libertà è l’ultima speranza. E in meno di un’ora il suo destino viene coraggiosamente ribaltato, rispetto all’inizio della puntata e rispetto all’intera stagione precedente (la 2x01 è costruita in netta opposizione con il pilot della serie: a partire dal titolo, June vs Offred), con un finale che fa “letteralmente” a pezzi Offred per lasciare posto a June.

Il personaggio di Elisabeth Moss è uno dei più belli mai portati in tv: nella prima stagione abbiamo visto June riappropriarsi della propria femminilità, dei sentimenti (l’amicizia, l’amore), del coraggio; nella season 2 la vediamo libera, poi di nuovo prigioniera, definitivamente sconfitta e, dopo il parto, padrona di sé come un animale selvatico.

Some things can't be forgiven
Pietà vs vendetta: June e Emily sono le protagoniste dell’episodio 2x02, Unwomen, in due storyline di puntata indipendenti e complementari. June, nascosta nella redazione del Boston Globe, scopre che di trovarsi nel luogo di uno dei più efferati massacri di Gilead; Emily, alle Colonie, in mezzo a malattie e morte, si trova a condividere la prigionia con la moglie di un Comandante (eccezionale, Marisa Tomei).

Rabbia, memoria, compassione e vendetta sono i grandi temi di questa puntata, che attraversano le due protagoniste per giungere a conclusioni opposte. Da un lato, June sceglie di dare “sepoltura”, quindi memoria, alle vittime dell’attacco del Boston Globe (una scena da brividi, che evoca la bellissima sequenza delle lettere vista nella 1x10). Dall’altro Emily - di cui scopriamo la vita precedente in un pugno di flashback, dal licenziamento in università alla separazione da moglie e figlio – è ormai dominata da una rabbia cieca: si rifiuta di avere compassione per la moglie del Comandante e sceglie di evocare Dio nelle infernali Colonie in modo del tutto spietato. Con il procedere della stagione, Emily si conferma un personaggio “catartico” in grado di soddisfare il desiderio di vendetta dello spettatore stesso. Plauso per Alexis Bledel e anche per chi ha pensato al suo volto angelico per questa parte diabolica.

How are you going to keep her safe?
Il fascino del personaggio di Serena Joy era indubbio sin dalle prime puntate della stagione 1, ma nella season 2018 la più potente moglie di Gilead si svela in tutta la sua forza e debolezza. Serena vive nell’ossessione, è perseguitata dal desiderio di avere un figlio: per essere madre ha sacrificato la sua vita di intellettuale e di donna; per essere madre in questa stagione rifiuta la seduzione dell’impegno politico come anche la fuga da Gilead (2x09), per essere madre infligge brutali torture e le subisce; per essere madre, rinuncia alla propria figlia in uno struggente finale di stagione in cui veniamo messi faccia a faccia con la tragicità di questo personaggio.

Molto più che nella stagione precedente, il rapporto tra Serena e June si fa sempre più stretto: non solo l’attentato della puntata 2x06 costringe le due donne a un’inedita alleanza “professionale”, ma le sofferenze che Serena patisce in questa stagione e la maternità comune (sperimentata prima con lo sfortunato personaggio di Eden, poi con l’arrivo di Holly/Nicole) stabilisce tra loro una relazione stretta, quasi fisica. Se da un lato la serie non ci fa dimenticare neanche per un minuto che Serena e June sono antagoniste, si palesa in questa stagione come la condizione di ancelle e mogli sia molto più simile di quanto possa sembrare. E nella battaglia per il futuro dei loro figli, e delle figlie soprattutto («My daughter will understand the word of God and she will obey his Word» - «She cannot READ his Word!») Serena perderà molto di quello che le sta a cuore.

Momenti cult

- Il teaser della stagione 2: la punizione delle ancelle sulle note di Kate Bush;
- L'episodio 2, i destini paralleli di June al Boston Globe e di Emily alle Colonie;
- L'attentato della puntata 6;
- Serena e Fred, Serena e June: la violenza su Offred e la punizione di Serena;
- Il destino tragico di Eden;
- Emily e zia Lydia, nel finale di stagione.

Tell her I love her
Quanto si può spingere al limite un personaggio? È la domanda che si è posto ogni spettatore di The Handmaid's Tale, seguendo le vicissitudini del personaggio di June. E per quanto in questa stagione non siano mancati azione e colpi di scena, è parso che lungo i 13 episodi la protagonista si trovasse spesso rivivere situazioni già viste, a percorrere strade già battute, a girare e rigirare senza un destino chiaro.

Il personaggio di Elisabeth Moss è uno dei più belli mai portati in tv: nella prima stagione abbiamo visto June riappropriarsi della propria femminilità, dei sentimenti (l’amicizia, l’amore), del coraggio; nella season 2 la vediamo libera, poi di nuovo prigioniera, definitivamente sconfitta e, dopo il parto, padrona di sé come un animale selvatico. Ma non è abbastanza. La vera domanda, ribadita da alcuni degli splendidi monologhi scritti per la protagonista, è: a chi appartiene June? È una creatura di Gilead, che ha troppo da perdere, è una ribelle o una fuggitiva? La stagione 2 ha il merito, nei suoi molti corsi e ricorsi, di mostrare tutte le “vite” di Offred/June e di lasciarci sempre sul filo di questo interrogativo. The Handmaid's Tale è stata rinnovata per ancora due stagioni almeno: è lecito aspettarsi, nella prossima season, di vederla fare dei passi avanti verso un nuovo destino. Verso Hannah o verso Holly. Verso Nick o verso Luke.

di Aurora Tamigio
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