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Inchiostro nero sulla Hollywood dei generi

Parentesi sui film tratti dalle opere di Cornell Woolrich

Cornell Woolrich, alias William Irish e George Hopley, è all’unanimità considerato come l’inventore del romanzo nero. Un’etichetta conquistata con merito, ottenuta attraverso una produzione seriale iniziata nel 1940 con La Sposa Era in Nero e conclusa otto anni più tardi con il titolo probabilmente più rappresentativo di un’intera carriera: Appuntamenti nero. A fare simbolicamente da tramite tra il principio e la fine della fortunata sequenza, altre quattro opere cromaticamente legate Sipario Nero, L’Alibi Nero, L’Angelo Nero e L’Incubo Nero, che oltre a certificare il periodo di massima ispirazione e produzione creativa di un’attività narrativa iniziata nei primi anni ’30 al servizio dei pulp magazines, contribuirono non poco a farne un punto di riferimento per i colleghi d’oltre oceano riconducibili al roman noir francese.

Letteralmente saccheggiato da Hollywood, Woolrich ebbe, con gli studios, un rapporto decisamente problematico: caratterizzato da reciproca incomprensione e incompatibilità; terminato praticamente all’indomani del fallito tentativo di sceneggiare Children of the Ritz, film tratto dal suo secondo e omonimo romanzo, curato per il grande schermo da Adelaide Heilbron e affidato alla regia di John Francis Dillon. Troppo effervescente, mondana ed estroversa l’atmosfera della “fabbrica dei sogni”, per fare breccia nell’animo profondamente contorto e spiccatamente solitario dello scrittore newyorkese; tanto che l’incapacità di vivere relazioni eterosessuali, culminata con la prematura fine del matrimonio mai consumato con Gloria Blackton (ventenne abbandonata a soli tre mesi dal fatidico si), lo portò a fare ritorno nella natia grande mela dopo nemmeno tre anni di permanenza californiana.

Eppure proprio la mai realizzata omosessualità, unita al patologico e logorante rapporto instaurato con la figura materna, rappresentano le chiavi di successo prima e accesso poi alla sua produzione letteraria.

Protagonisti dei romanzi di Cornell Woolrich sono dei romantici perdenti, individui sconfitti in partenza perché scavati nell’animo dall’idea unica, ingenua e pura dell’amore. La compagna (o il compagno) sono in Woolrich punti d’arrivo di una vita intera. Il non aver mai vissuto storie affettive, ma soltanto represso, per ignoranza e vergogna, le proprie pulsioni naturali, si riflette inevitabilmente nei suoi personaggi: protesi d’inchiostro di fronte alle quali lo scrittore si riconosce specchiandosi, scoprendosi dinanzi alle dinamiche di coppia come un adolescente alle prime armi. L’amore “woolrichiano” è sentimento tremendamente prossimo alla concezione stilnovistica che, se sottratto, non può non condurre l’animo e la mente di chi lo ha perso in una vertigine di solitudine e disperazione. Uomo o donna non fa differenza: perdere la propria metà equivale in parte a morire o a rischiare seriamente di farlo. Anche se autentici e genuini, gli interpreti di questi intrecci vengono di fatto condannati all’infelicità dal loro autore, come se l’amore, per quanto schietto sia, debba comunque coincidere con una condizione finale di infelicità: vincolo di sofferenza al quale Woolrich, guarda caso, è stato sempre costretto da una psiche tortuosa, arresa al rapporto di reciproca dipendenza con la madre. Completarsi innamorandosi, insomma, equivale ad una presuntuosa e irrealizzabile utopia che, se conquistata, merita di essere punita. Caso non è, quindi, che lo scrittore tratteggi con simbologie di morte ogni singola tappa di una relazione affettiva che si possa definire tale. Tanto i primi incontri tra due anime presunte gemelle, quanto il matrimonio o l’adultera fuga con la nuova fiamma vengono dipinti fin dal titolo con la tonalità cromatica che più di tutte rappresenta la fine dell’esistenza.

Naturalmente Woolrich è stato questo ma tanto altro ancora. Seriale, malinconico e soprattutto unico nel suo stile, ha rappresentato negli anni un’inestimabile fonte d’ispirazione per la macchina americana dei generi, che spesso e volentieri ha attinto a piene mani dalle pagine dei suoi romanzi, quasi sempre senza toccare o modificarne una virgola, come se l’originale possedesse innate le caratteristiche narrative del racconto per immagini; predisposto alla trasposizione senza bisogno di adattamento alcuno. Praticamente dal nulla ha rivoluzionato le regole del giallo, accantonando la logica sottile e geniale degli intrecci scaturiti dall’immaginazione di Ellery Queen, Agatha Christie, per sostituirla con una riconfigurazione psicologica del racconto e dei suoi interpreti finalizzata a trasformare il lettore in elemento emotivo partecipante.

Le sue lezioni di suspense contribuirono a creare quel modello noir destinato ad accendere l’animo dei critici del vecchio continente nell’immediato secondo dopoguerra, e illuminare la fantasia di uno dei registi che meglio l’hanno rappresentato: quel Robert Siodmak che più di ogni altro ha saputo carpire l’essenza dell’opera di Woolrich, trasportandone il senso di angoscia interiore in pietre miliari della settima arte come La Scala a Chiocciola e Lo Specchio Scuro, subito dopo averne compreso l’infinito potenziale cinematografico con La Donna Fantasma. Abbastanza per regalare l’immortalità ad un maestro della letteratura popolare sconfitto dai fantasmi di sempre il 25 settembre del 1968 a New York, mentre stava lavorando ad un’autobiografia e a due romanzi rimasti incompiuti. Uno dei quali intitolato significativamente Loser.

di Luca Lombardini
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