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Quel Cult dalle tre facce...

Durante e dopo il fenomeno vintage 'Get Carter'

Parole d’elogio su un regista come span style="font-weight: bold;"Mike Hodges/span vale decisamente la pena spenderle. span style="font-style: italic;"Get Carter/span, span style="font-style: italic;"Pulp/span, span style="font-style: italic;"L’uomo terminale /spanespan style="font-style: italic;" Flash Gordon/span, senza per questo tacere dispan style="font-style: italic;" Una preghiera per morire/span, alzano il sipario su un cineasta dalle innegabili doti e inclinazioni poliedriche: artigiano del genere che ha trovato nel cinema criminale prima e nella fantascienza poi la sua ideale placenta creativa, humus artistico tramite il quale lasciare ai posteri opere insensibili al trascorrere del tempo, meritevoli di elefantesca memoria e indelebile considerazione critica. br /br /Numeri e celebrità di botteghino farebbero presupporre il kolossal span style="font-style: italic;"Flash Gordon/span come punto d’arrivo e apice d’una intera carriera, niente di più forviante: vuoi perché il precedente L’uomo terminale aveva già messo in mostra ben altre prerogative di rottura dall’afflato quasi cyberpunk (la tossica parabola di follia sulla strada della rieducazione tramite l’innesto di elettrodi, alla quale viene avviato l’irrequieto di span style="font-weight: bold;"George Segal/span), vuoi soprattutto perché span style="font-weight: bold;"Mike Hodges/span ha di fatto impostato il moderno gangster movie inglese per merito del bignami span style="font-style: italic;"Get Carter/span, vero e proprio point break nell’immaginario della mala in Terra d’Albione capace, nell’ancora primitivo sbocciare dei seventies anglosassoni, di ridefinirne modi, modelli e modalità d’impostazione e percezione dell’immagine; tanto mitica nello specchiarsi sull’icona del suo (quasi) unico interprete, quanto squisitamente di celluloide nel cementare parametri di raffigurazione sul grande schermo. br /br /L’esordio di Hodges consegna all’immortalità la figura di span style="font-weight: bold;"Michael Caine/span, villain ripulito e vendicativo dal latente humor tipicamente british, comunque in evidente debito con una certa narrativa americana per buona parte della sua ispirazione caratteriale.

Il 1971 segna l’avvento di un diverso modo di fare cinema delinquente e antieroicamente romantico, ciecamente affidato alle doti di one man show della sua interpretativa pietra angolare, uomo ritornato per la vendetta calzante a pennello all’interno di un contesto umido e plumbeo, dalle livide tinte noir, irreparabilmente deturpato nel profondo dell’animo dalla violenta perdita familiare, caratterialmente mai apparentemente sopra le righe, prospetticamente centrato alla perfezione in una cornice registica sospesa a metà tra flemma glaciale e squarci furiosi, che non disdegna però la tagliente ironia di fondo e improvvisi rigurgiti di rabbia violenta. a href="/recensione-carter.html"Get Carter/a crea l’archetipo in trench dalla controluce bluastra, boccolo biondo e doppietta a canne mozze: quadro devozionale per chiunque, d’ora in avanti, abbia intenzione di confrontarsi e misurarsi con la riplasmata materia in questione. Predente l’opera seconda della new sensation scozzese Paul McGuigan tanto per non far nomi, quel span style="font-style: italic;"Gangster n°1/span che, pur ambendo ad altre finalità di rappresentazione narrativa, molto deve e nulla nasconde in sede d’ispirazione filmica e poetica, oppure concentratevi su quanto avvenuto oltreoceano appena un anno dopo con Hit Man, esordio dietro la macchina da presa di George Armitage che, in linea con i parametri del nuovo mood blaxploitation, rifà con connotati colored Get Carter. Spingetevi, infine, all’alba del nuovo millennio. Vi imbatterete nella miglior pellicola appartenente alla fase calante di span style="font-weight: bold;"Sylvester Stallone/span, intitolata, guarda caso, a style="font-style: italic;" href="/recensione-la-vendetta-di-carter.html"La vendetta di Carter/a: secondo remake statunitense dell’opera prima di span style="font-weight: bold;"Mike Hodges/span. br /br /Un film, tre facce, ognuna dall’animo diverso. Disuguali identità per la stessa creatura, spirito camaleontico riconosciuto, non a caso, dal suo stesso creatore che, mentre le sale americane accoglievano a href="/recensione-hit-man.html"span style="font-style: italic;"Hit Man/span/aspan style="font-style: italic;" /span, già consegnava a quelle inglesi il suo fratello minore: Pulp, interpretato nuovamente da span style="font-weight: bold;"Michael Caine/span ma caratterialmente tutto il contrario di ciò che span style="font-style: italic;"Get Carter/span rappresentava. Dove regnavano nichilismo e la periferia di Newcastle ora imperano divertita commedia riscaldata al sole di Malta, un esercizio di stile operato su se stessi; decisamente un’altra storia che, solo dal punto di vista della chiarezza enciclopedica, ha a che fare con quella dei tre volti di una pellicola imprescindibile e meritevole, per una volta, dell’abusata etichetta di cult movie.

di Luca Lombardini
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