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Scream Baby Scream

Quel brand che salvò l’horror anni ‘90

Cosa (non) è lo slasher? Bella domanda. Non lo sono, in parte, anche il primissimo Dario Argento, Vestito per uccidere di Brian De Palma e, tanto per continuare a sciorinare qualche nome “sospetto”, I corpi presentano tracce di violenza carnale di Sergio Martino? Forse si, probabilmente no. Soprattutto se si tengono da conto topoi e coordinate d’ambientazione di un filone ben preciso, spesso e volentieri reiterate fino alla noia: a partire dal pioneristico esempio di body count riconducibile al Mario Bava di Reazione a catena, omaggiato fino alle soglie del plagio da Sean Cunningham, codificatore del sottogenere orrorifico in questione con Venerdì 13, a sua volta successivo ad altre due pietre miliari, così vicine così lontane: Black Christmas e Halloween. pRegisti e pellicole imprescindibili per comprendere cosa sia stato e abbia rappresentato lo slasher, nomi tra i quali deve essere doverosamente collocato quello di Wes Craven, sperimentatore onirico e linguistico che, con Nightmare prima e Scream poi, si è conquistato la poltrona di alchimista segno-simbolico, parimenti a suo agio in realtà favolistiche (Nightmare) o revivalistico-grammaticali (Scream).

È lecito non amarlo alla follia l’autore de L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi, e non è un caso che il sottoscritto reputi eccellente appena una sua creatura (Il serpente e l’arcobaleno), così come non è tacciabile di azzardo critico collocare il suo cognome in coda a George A. Romero e John Carpenter nella triangolare classifica dei maestri riconducibili al moderno horror americano; ma è altresì giusto riconoscergli l’inconfutabile titolo d’innovatore, all’occorrenza tanto serioso quanto scanzonato, a suo modo un incostante genio nella lampada pronto, con le sue illuminazioni, a salvare dall’oblio un genere che, salutati gli anni ’80, pareva destinato all’oblio nel decennio successivo. Nell’anno di grazia 1996 la ricetta denominata Scream restituì all’horror considerazione commerciale e appeal critico, trasformandosi in quella miccia che permise al genere di ridestarsi da quella sorta di torpore ben descritto da Dario Buzzolan in Hollywood 2000 Panorama del cinema americano contemporaneo Generi e temi: “L’horror non tira più. Hollywood lo abbandona senza troppi ripensamenti a partire dal giro di boa 1990. Sul perché, le ipotesi si possono sprecare. Si va dal politico al sociologico alla pura e semplice constatazione di un ciclo commerciale che si è chiuso per saturazione”. /p
pIl principale responsabile di tale rinascita ha un nome e cognome: Kevin Williamson. C’è il suo ingegno dietro la formula urlante e craveniana, la sua intuizione nell’individuare la nuova strada sulla quale avviare l’horror: un perfetto contrappeso emotivo, all’interno del quale lo spavento deve andare di pari passo con un’ironia straniante. Williamson è sceneggiatore e produttore dalle antenne dritte, sa quello che il pubblico teen da pop corn movie desidera (vedi il crack tv Dawson’s Creek da lui ideato, scritto e trasformato in un fenomeno popolare) e non fa altro che servirglielo su un piatto d’argento. I luoghi comuni dell’horror vengono proiettati in superficie, spogliati della tradizionale e cieca incomprensibilità da parte dei loro interpreti: i protagonisti di Scream sono come il proprio pubblico, conoscono le regole fino a sbeffeggiarle, in un infinito quanto irresistibile vorticare di metacitazioni paradigmatiche. Il mestiere di Wes Craven completa l’opera, Scream è slasher pur non essendo girato in riva ad un lago come Reazione a catena o Venerdì 13, conosce a menadito la tradizione alla quale si rivolge e fa addirittura di più: rilegge l’intera storia del genere permettendosi, con classe, di sbeffeggiarla. Nasce il filone screamedelico, l’horror è salvo. Meglio ancora resuscitato. /p.

di Luca Lombardini
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