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Monografia su Danny Boyle: intervista all'autore

Luca Lombardini presenta la sua monografia sul regista Danny Boyle dal titolo “Brucia ragazzo brucia” edito dalla Sovera

In meno di 127 ore proverò a svelarvi la vita di un redattore che Milionario non è. Quando uscì Trainspotting aveva solo 15 anni. Oggi la sua passione per il cinema non si è affievolita, tutt'altro. Con la bella stagione, anziché prendere il span style="font-style: italic;"Sole/span in una Spiaggia sita in una misteriosa isola esotica, ha deciso di rilasciarmi un'intervista amichevole per pubblicizzare il suo primo saggio.

Nessun Piccolo omicidio tra amici nel suo curriculum: pur non avendo mai vissuto Una vita esagerata (forse per mancanza di Milioni), è un professionista che osa, ha tante cose da dire, e non sarò di certo io a fare censura. 28 giorni dopo la pubblicazione vi dirò se le letture di questa intervista mi hanno soddisfatto. Anche se nel retro del volume ha sbagliato il link al nostro sito (lo hai fatto apposta, dì la verità?), lo perdoniamo. Pertanto, vi auguro una buona lettura e soprattutto un buon acquisto: negli a href="http://www.ciao.it/Danny_Boyle_Brucia_ragazzo_brucia_Luca_Lombardini__3323529"store online/a "span style="font-style: italic;"Danny Boyle - Brucia ragazzo Brucia/span" è disponibile da aprile 2011 al prezzo di € 14,00. br /br /Ciao Luca, intanto perché Danny Boyle? Voglio dire, a parte la necessità di far uscire il volume quasi in contemporanea con 127 Ore, c'è qualcosa che ti ha stimolato a tal punto da prendere le redini di questa monografia?br /span style="font-style: italic;"Un critico “bravo”, affermato, con un curriculum di pubblicazioni più denso del mio alle spalle, risponderebbe così domanda: "ho scritto il libro che avrei voluto leggere". /spanho leggere="" voluto="" avrei="" che="" libro="" il="" scritto="" style="font-style: italic;"Io che non sono né “bravo” né affermato né amante della definizione critico, posso soltanto dirti di aver raccolto, con piacere, l’invito di Luca Lardieri e Simone Isola, ovvero i responsabili della sezione cinematografica riconducibile al catalogo della Sovera. A stimolare l’avvio del progetto è stata esclusivamente la curiosità, dopo anni di recensioni, nel potermi misurare per la prima volta con la saggistica vera e propria. Il nome di Boyle ha fatto il resto, non riuscivo a spiegarmi il perché in pochissimi si fossero scomodati nel parlare di lui a livello monografico. Un registica che ha segnato una generazione con Trainspotting, che ha cambiato il modo di raffigurare l’horror con 28 giorni dopo e saccheggiato gli Oscar con The Millionaire meritava un volume tutto per lui ben prima del mio. Giustizia, insomma, è stata fatta!/hobr /br /In che modo ti ha aiutato Gianluigi Perrone alla stesura del volume e qual è il tuo rapporto con a href="http://www.soveraedizioni.it/default.asp?sCode=SCHEDA&id=641"Sovera Edizioni/a?br /span style="font-style: italic;"Ci sono due persone che ringrazierò sempre per la riuscita di "Danny Boyle - Brucia ragazzo brucia". Il primo è span style="font-weight: bold;"Gianluigi Perrone/span, che si è sobbarcato la trasferta torinese al fine di vedere 127 Ore in tempo per curarlo e approfondirlo in ogni sua possibile sfaccettatura nel libro (non contento di ciò ha estratto dal cilindro una post fazione con i fiocchi, firmando così in calce il suo fondamentale contributo), il secondo è span style="font-weight: bold;"Ilario Pieri/span: amico prima che collega, i suoi consigli hanno rappresentato per me una sorta di tom tom cinefilo, indirizzandomi verso alcuni passaggi audaci i quali, senza la sua guida, si sarebbero trasformati in pretestuoso vicolo cieco. La Sovera, invece, mi ha per certi versi scelto e di ciò vado orgoglioso. Sono poche le case editrici italiane in grado di abbattere quella cortina di vecchiume che appesantisce le sezioni cinema delle librerie. Nulla contro i soliti noti Hitchcock o Kubrick per carità, ma forse sarebbe il caso di iniziare a guardare oltre. La Sovera lo fa, pubblica saggi su Nolan, Zemeckis, Park Chan Wook, permette ad autori esordienti di dire la loro lasciando a chi scrive un buon margine di libertà creativa. /span
p “Intramediatico, ipertestuale e multiforme” sono i tre aggettivi con i quali hai inquadrato la poetica del regista. Puoi spiegarceli brevemente?br /span style="font-weight: normal; font-style: italic;"Il primo aggettivo si riferisce alla sua attitudine metacinematografica: pensa alle tv di Piccoli omicidi tra amici, Millions e The Millionaire. O alle riprese dalla fotocamera in 127 Ore, senza dimenticare gli studi teatrali, la formazione al servizio del piccolo schermo e la passione per il videoclip. Il secondo ha a che vedere con la tendenza ad utilizzare libri come fonte d’ispirazione (Trainspotting, The Beach e The Millionaire) e intere stagioni musicali come indissolubile accompagnamento (Trainspotting e il brit pop). Il terzo racchiude in un solo termine la tendenza a fare ogni volta un film superficialmente diverso dall’altro, svariando tra i generi con la personalità dell’autore che ha ben chiaro il messaggio di fondo della propria poetica: in questo caso la continua e ribelle ricerca di un’alternativa di vita a quella preconfezionata dal sistema sociale. /span/pspan style="font-weight: normal;" /span
p style="font-weight: normal;" span style="font-weight: bold;"Come hai commentato la vittoria agli Oscar di The Millionaire?/spanbr /span style="font-style: italic;"A dir la verità non sono un grande fan degli Oscar. Per intenderci non resto sveglio in attesa del vincitore, non l’ho mai fatto, non credo lo farò mai. Posso solo dirti che fui felice per The Millionaire semplicemente perché lo vidi il giorno di Natale, mi piacque fin dalla prima visione e fu uno dei pochi momenti veramente felici e spensierati di quel Natale. /span/pspan style="font-weight: normal;" /span
p style="font-weight: normal;" span style="font-weight: bold;"Nei film di Boyle la colonna sonora ricopre un ruolo fondamentale. Perché è così importante nei suoi film e, soprattutto, cosa rappresenta per te? Sappiamo che sei anche un intenditore musicale.../spanbr /span style="font-style: italic;"Di musica sono solo un appassionato, nonché bassista “in pensione”. Rispedisco quindi al mittente la lusinghiera definizione e colgo l’occasione per ringraziare la collega span style="font-weight: bold;"Tania Marrazzo/span, che mi ha piacevolmente descritto così tra le righe di una sua a href="http://www.fuorilemura.com/2011/04/25/danny-boyle-brucia-ragazzo-brucia/"recensione del libro/a. Chiusa parentesi sono certo di come la colonna sonora abbia, nella costruzione dei film di Boyle, un aspetto assolutamente prioritario, arrivando in alcuni casi addirittura prima della sceneggiatura. Parliamo di un regista quasi musical per la cura maniacale dedicata alla sonorizzazione dei corpi attoriali, un elemento talmente importante che mi ha spinto ad aggiungere una discografia al classico binomio di coda filmografia-bibliografia. La variante musicale ha rappresentato un elemento di studio, eccezion fatta per i Sex Pistols, Iggy Pop, i Placebo e gli Husker Du, infatti, non mi reputo un fan dei gruppi citati nel saggio. Il movimento brit pop non mi ha mai entusiasmato, diciamo pure che quando Oasis e Blur spopolavano io ero più portato ad ascoltare PJ Harvey. Diverso il discorso riguardante Leftfield, Underworld e la downtempo. In quel caso è stato piacevole infilarmi in sonorità lontane dai miei ascolti abituali, le stesse che mi hanno piacevolmente arricchito. /span/pspan style="font-weight: normal;" /span
p style="font-weight: normal;" span style="font-weight: bold;"Boyle, come tanti suoi colleghi, ha alternato momenti di esaltazione assoluta (Trainspotting, The Millionaire) a flop economici molto critici (Una vita esagerata, The Beach). A cosa è dovuto un dislivello così ampio in termini di qualità e risposta del pubblico?/spanbr /span style="font-style: italic;"Danny Boyle non ha mai fatto film inguardabili o palesemente sbagliati. Una vita esagerata (pellicola della quale sono letteralmente innamorato per il suo avvicinarsi ad un Cameron Crown sotto stupefacenti) soffrì di una pessima distribuzione e si scontrò con i fan della prima ora, che si sentirono traditi dalla distanza morale con Trainspotting. Discorso diverso per The Beach, per tre quarti della sua durata una prova più che sufficiente fiaccata, a rivederla ora, dall’eccessivo peso d’ambizione e intellettuale impostogli dal regista. The Beach avrebbe potuto rappresentare, per successo pronosticato dalle aspettative (maxi produzione, il Leonardo Di Caprio del dopo Titanic come protagonista), una sorta di The Millionaire ante litteram. Il problema è che allora Boyle non era pronto e sopratutto non ancora abbastanza scaltro per raggiungere quel tipo di successo. /span/pspan style="font-weight: normal;" /span
p style="font-weight: normal;" span style="font-weight: bold;"Boyle è uno dei pochi registi indefessi e sperimentatori. Non è legato a un solo genere cinematografico ma si mette continuamente in gioco. Eccessiva presa di sé o desiderio di vincere ogni sfida: come la vedi?/spanbr /span style="font-style: italic;"Semplicemente la ferma convinzione che il primo film sia sempre e comunque il migliore di ogni regista. Quindi la volontà di mutare sempre, come se ci si trovasse di fronte ad un continuo esordio che costringe mente e cuore alla freschezza creativa. Boyle è si uno sperimentatore ma soprattutto un rivoluzionario. Trainspotting ha insegnato un modo di fare cinema, 28 giorni dopo ha fatto si che tutti gli zombie iniziassero a correre (pur non essendo un film di zombie bensì di infetti), Sunshine ha rilanciato una certa fantascienza “meditativa”. In molti, giustamente, inneggiano a Duncan Jones come nuovo portabandiera di questo filone. Ma prima di un film riuscito come Moon c’è stato lo spartiacque Sunshine. /span/pspan style="font-weight: normal;" /span
p style="font-weight: normal;" span style="font-weight: bold;"Come immagini Boyle tra 10 anni? Continuerà a ricoprire il ruolo dell'outsider, pur arrufianandosi con i suoi adattamenti una grossa fetta di pubblico, o cambierà radicalmente il suo approccio?/spanbr /Esattamente com’è ora, un regista fedelissimo al suo modo di essere, talmente convinto della sovranità del pubblico da interessarsi soltanto ad essa e contemporaneamente pronto a spiazzare chi guarda i suoi film un po’ come fece con Millions, uscito subito dopo 28 giorni dopo. /pspan style="font-weight: normal;" /span
p style="font-weight: normal;" span style="font-weight: bold;"Come hai organizzato la ricerca: escludendo l'evidente visione dei film, in che modo ti sei documentato e quanto sforzo ha richiesto da parte tua? Hai preso in esame anche testi inglesi o americani - sempre che ce ne siano?/spanbr /span style="font-style: italic;"Su Boyle esiste pochissima saggistica, che io sappia qualcosa in Inghilterra e nulla più. Non ho consultato alcun testo “diretto”, eccezion fatta per la lettura dei romanzi dai quali sono stati tratti Trainspotting, The Beach e The Millionaire. Ho rivisto i film e li ho collegati a qualunque visione la memoria mi rimandasse, ascoltato dischi e colonne sonore. Non parlerei di sforzo, ma di piacevole impegno. /span/pspan style="font-weight: normal;" /span
p style="font-weight: normal;" span style="font-weight: bold;"Quanto è difficile separare la visione personale dalla visione oggettiva? Credo sia una domanda complessa alla quale molti critici non saprebbero rispondere... /spanbr /span style="font-style: italic;"Poco, almeno se l’artista in questione non è tra le tue conoscenze strette. Solo in quel caso diventa emotivamente complicato parlare in termini non proprio lusinghieri del lavoro di un tuo conoscente. E’ una questione di onestà intellettuale. Ti faccio un esempio inerente al libro: The Millionaire per me resta un ottimo film, dopo aver letto Le 12 domande di Vikas Swarup, però, mi sono reso conto di quanto alcuni appunti relativi ad una certa furbizia del prodotto cinematografico non siano affatto campati in aria. Boyle, furbescamente, ha preso un romanzo quasi d’inchiesta e lo ha trasformato in una favola di affermazione dei buoni sentimenti, conservando appena lo scheletro del testo originale. /span/pspan style="font-weight: normal;" /span
p style="font-weight: normal;" span style="font-weight: bold;"Nell'era dell'Iphone e prossimi a un nuovo punto di svolta nella divulgazione dell'informazione con il web 3.0, come pensi si svilupperà la critica cinematografica?/spanbr /span style="font-style: italic;"Non sono esattamente un infatuato del linguaggio di internet. Le poche battute e la necessità di offrire un servizio veloce affinché non si perda pubblico non mi entusiasma affatto, anche perché non sempre si riesce a sviscerare i mille aspetti di un’opera con poche righe a disposizione. Rifugiarsi nella caverna dell’intellettuale retrò e vintage, però, serve a poco se non ad un autolesionismo esiliante. Bisogna adattarsi, rifiutare i nuovi media e il loro linguaggio equivarrebbe, facendo un parallelo filmico, a comportarsi come un regista che continua a vedere solo e sempre la pellicola ignorando la possibilità di girare in digitale. /span/pspan style="font-weight: normal;" /span
p style="font-weight: normal;" span style="font-weight: bold;"Stai lavorando a nuovi progetti? Cosa ti aspetti nell'immediato futuro e cosa vorresti?/spanbr /span style="font-style: italic;"Ho qualche progetto in mente, almeno un paio, ma non entro nello specifico per scaramanzia. Cosa mi aspetto? Innanzitutto di continuare a scrivere per silenzio in sala e chissà, magari un giorno, sarebbe gratificante potermi permettere una monografia su qualche grande del passato dimenticato o poco citato: John Frankenheimer ad esempio o, meglio ancora, Samuel Fuller. /span/pspan style="font-weight: normal;" /span
p style="font-weight: normal;" span style="font-weight: bold;"Biografia/spanbr / Luca Lombardini nasce ad Aprilia nel 1981, inizia ad occuparsi di critica cinematografica e musicale fin dal liceo, collaborando con fanzine scolastiche a Latina, città dove tutt’ora risiede e lavora. Nel 2006 si laurea in Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma con la tesi “L’influenza di ritorno nel cinema di genere italiano e americano” per la cattedra di Strumenti e tecniche del linguaggio audiovisivo. L’anno successivo consegue il master in Critica Giornalistica presso l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma. Ha collaborato con la testata online a href="http://www.thrillermagazine.it/"www.thrillermagazine.it/a ed è stato ufficio stampa, location manager, aiuto e assistente alla regia per la Latina Film Commission, fondazione per la quale ha lavorato tra il 2007 e 2008. E’ redattore per le testate online a href="http://www.positifcinema.com/"www.positifcinema.com/a e a href="/"www.silenzio-in-sala.com/a oltre che per la rivista di critica cinematografica span style="font-weight: bold;"TaxiDrivers/span e per il sito a href="http://www.taxidrivers.it/"www.taxidrivers.it/a Nel marzo 2011 ha pubblicato il suo primo saggio cinematografico, una monografia sul regista Danny Boyle dal titolo “Brucia ragazzo brucia” edito dalla Sovera. /p
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di Vito Sugameli
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