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Hollywood Costume

Al V&A di Londra, un secolo di costume design

Un abito porta, nelle proprie pieghe incalcolabili e nei lembi sdruciti di sopore, i segni della vita che pulsa e pullula nella pelle di chi lo abita. È il simulacro che si materializza e strattona la memoria spingendola lungo frasi d’amore, di ardore, di violenza, di sudore. Su un piano strettamente soggettivo, l’abito è la reificazione più vicina al carattere di una persona: nel momento in cui ne scegliamo uno, scegliamo l’immagine che vogliamo rimandare all’esterno, agli altri, al mondo che ci circonda, e che pensiamo possa nel migliore dei modi corrispondere al nostro io interiore.

A livello oggettivo, se nella vita comune si ha l’abitudine di dire che l’abito non fa il monaco, dentro un set è vero esattamente il contrario. Il costume definisce un personaggio, diventando esso stesso protagonista della narrazione.

I dettagli, più o meno marcati, in risalto o in ombra, proprio nella loro diversa gradazione visiva, forniscono tante piccole peculiari informazioni del carattere che viene restituito sullo schermo. Ecco perché la ricerca, la scelta e la cura della produzione dei costumi di scena è diventata e rimane, in un secolo meraviglioso di evoluzioni cinematografiche, una costola professionale imprescindibile e irrinunciabile della Settima Arte.

Hollywood Costume, la mostra autunnale di punta del Victoria and Albert Museum, unisce per la prima volta i costumi che hanno fatto la storia del cinema hollywoodiano, dagli albori in bianco e nero dell’esordiente Chaplin, all’età d’oro di Judy Garland col grembiule a quadretti disegnato da Adrian per Il Mago di Oz, la ‘tenda’ verde di Rossella O’hara ideata da Walter Plunkett per Via col Vento, o l’abito nero di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany opera di Hubert De Givenchy, fino alle ultime sorprendenti innovazioni della computergrafica che vede nella tuta motion capture di Avatar la sua apoteosi tecnologica.

Indimenticabili personaggi rivivono attraverso gli abiti che ne hanno impresso nella memoria del pubblico le vicissitudini, le vicende, i dialoghi, i tic, i portamenti: ricordi spettatoriali da saccheggiare ogni qualvolta se ne presenta l’occasione o la necessità. La mostra, approdata a Londra il 20 Ottobre 2012 fino al 27 Gennaio 2013, esplora il ruolo centrale del costume design come elemento essenziale della narrazione filmica. Punta le luci sul processo creativo, dalla sceneggiatura allo schermo, e pone in evidenza il dialogo collaborativo tra gli addetti ai lavori per la creazione di personaggi autentici all’interno di una storia.

L’esposizione inoltre esamina i cambiamenti del contesto sociale e tecnologico nel quale i costumisti hanno operato nell’ultimo secolo. Deborah Nadoolman Landis, costume designer e curatrice della mostra, sottolinea: «Visitare l’esposizione rappresenta un’opportunità che si ha una volta nella vita, per ammirare gli abiti dei più amati personaggi nella storia di Hollywood, e gettare uno sguardo sul ruolo dei costume designers e sul loro vitale contributo nella creazione di un film».

Grazie al contributo di collezionisti, studios, musei pubblici e archivi privati, Hollywood Costume ha raccolto al suo interno risorse e oggetti da tutte le parti del mondo nel corso di cinque anni, offrendo al visitatore un percorso guidato lungo tre sezioni, dislocate in altrettante sale, attraverso montaggi video, clip, proiezioni e interviste che ricreano il contesto proprio di ogni costume. Si inizia dall’Act one: Deconstruction, che introduce ed esplora il legame tra abito ed identità e getta uno sguardo a come i designers creino individualità uniche. Abiti immediatamente riconoscibili come “costumi di scena” sono ad esempio gli indumenti imperiali disegnati da James Acheson per L’Ultimo Imperatore, accanto a quelli in cui invece l’apporto del designer sembra invisibile – i vestiti di Ennis Del Mar e Jack Twist disegnati da Marit Allen per Brokeback Mountain. Il processo di ricerca dello stile viene accompagnato, lungo il percorso, da bozzetti, fotografie di costume fitting (prove di adattamento sugli attori), stime di budget e stralci di sceneggiatura dei film. Il primo atto si conclude nella meravigliosa opulenza dei costumi regali creati per le regine del grande schermo: tra tutte, le “Elisabette” britanniche vestite da Alexandra Byrne per Elizabeth: The Golden Age, e da Charles Lemaire e Mary Wills per The Virgin Queen nell’interpretazione di Bette Davis.

Act Two: Dialogue esamina l’affiatamento professionale tra grandi registi, attori e costumisti. Usando materiale d’archivio, così come interviste appositamente commissionate, questa sezione esplora quattro diverse collaborazioni fra regista e costume designer: Alfred Hitchcock e Edith Head che lavorarono insieme in 11 film inclusi Gli Uccelli e La Donna che Visse Due Volte; Tim Burton e Colleen Atwood, i cui nove film vanno da Edward Mani di Forbice a Alice in Wonderland e Dark Shadows; Martin Scorsese e Sandy Powell, la cui partnership portò a Gangs of New York e al recente Hugo Cabret; infine il lavoro sinergetico di Mike Nichols e Ann Roth, insieme per quasi 30 anni.

Dialogue offre inoltre un viaggio nell’arco di un secolo di innovazioni, dal cinema muto al sonoro, dal b&w al Technicolor, e dall’Età dell’Oro dello studio system alle multinazionali e alle produzioni indipendenti. Tra censura e remake, la Cleopatra disegnata da Travis Banton nel 1934 prende posto affianco a quella disegnata da Irene Sharaff per Liz Taylor, per rendere le differenze stilistiche tra le due differenti epoche. Allo stesso modo l’epicità di Ben Hur viene contrapposta all’armatura de Il Gladiatore, e i western con John Wayne a Il Grinta dei Coen. La chiusura della sezione è affidata a The Art of Becoming: due percorsi che rendono omaggio al trasformismo di due tra gli attori più amati di Hollywood, Robert De Niro e Meryl Streep, attraverso i loro cinque ruoli più famosi.

Act Three: Finale presenta i celebri costumi di eroi e femme fatale della storia del cinema. I più seducenti personaggi negli abiti che li hanno immortalati, da Roxie Hart di Chicago a Catherine Tramell – nel celebre abito dell’interrogatorio – in Basic Instinct, immortali maliarde come Marilyn Monroe e la sua gonna svolazzante in Quando la moglie è in vacanza, o Keira Knightley in Espiazione, vengono presentati accanto ad eroi fantasy e di fantascienza: dai vampireschi Dracula di Bram Stoker e Twilight, ai supereroi dei comics, il Superman di Reeve, Spider-man, fino al costume high-tech per Batman ne Il cavaliere oscuro.

Il V&A Museum di Londra, diventa il luogo del viaggio interiore in terre lontane, e di ritorni mnemonici, di storie anarchiche e di parole immarcescibili, di confini invalicabili che diventano calpestabili attraverso inafferrabili battiti di ciglia, tendendo le dita dell’immaginazione ed allungandole proprio laddove si dissolve la realtà. Per riempirsi gli occhi di favole, partorire racconti d’incanto guardando qualunque cosa: in fondo è questo che fa chi ama il cinema e ne ammira i mezzi, le potenzialità linguistiche, gli ardimenti visivi. E qualcosa, al di là del suo pindarico vagabondaggio onirico, rende questa forma d’arte concreta, tangibile, vissuta da chi immerge il proprio talento nel tessuto informe dei ricordi e anche da chi, dall’altra parte dello schermo, affida a quelle visioni i propri sogni inespressi, immaturi, prematuri o già in cammino verso il tramonto. Qualcosa che lascia residui di stoffa e calcinaccio in un altrove mai più ricostruibile, come la brina visibile al primo albeggiare del mattino destinata a sciogliersi dopo le folli scorribande tra la polvere di stelle. Sono i relitti superstiti dei cambi di scena, oggetti dall’aura mitologica che ogni spettatore conserva gelosamente nella propria galleria di rimandi iconografici, in quel museo di rimembranze da ascoltare, di tanto in tanto. Per sfiorare l’evanescenza della finzione e vivere in un brivido effimero di gioia infinita. Una volta ancora.

di Giuseppe Salvo
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