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Io sto con la sposa: intervista a Marta Bellingreri, una delle protagoniste del film di Gabriele Del Grande

Io sto con la sposa ha conquistato tutti: dal crowdfunding al 71° Festival del Cinema di Venezia, scopriamo con Marta Bellingreri il motivo di questo successo

Palermitana, da anni divisa tra Medio Oriente, Sicilia e Tunisia, Marta Bellingreri è una delle voci italiane la cui eco arriva più lontano sulle questioni relative ai temi dell'integrazione e dell'immigrazione. Per lei, cresciuta al centro del Mediterraneo, l'incontro fra la cultura occidentale e quella mediorientale è stato un argomento da studiare. La ragione a cui dedicare il proprio lavoro tra ricerca, attivismo e una passione, grande, per le storie. Per questo quando Gabriele Del Grande le ha proposto di partecipare al progetto Io sto con la sposa, lei non ha avuto dubbi: quel film andava fatto.

Marta Bellingreri è una delle protagoniste di Io sto con la sposa, il docu-film di Gabriele Del Grande, Antonio Augugliaro e Khaled Soliman Al Nassiry: la storia del viaggio di un (finto) corteo nuziale attraverso l’Europa, per permettere a un gruppo di palestinesi siriani di raggiungere la Svezia. Un imponente caso di crowdfunding all'italiana e un film che ha appassionato tutti, compresa la giuria di Venezia71. Un'avventura e anche una sperimentazione cinematografica.

Dalle frontiere europee al 71° Festival del Cinema di Venezia il passo è lungo. Prima di tutto, com'è andata al Festival?
Io mi sono divertita tantissimo! Le due esperienze, è vero, possono apparire inconciliabili ma alla fine il principio è lo stesso: l'idea che si possa chiedere asilo anche in giacca e cravatta. Una volta passata l'idea che il migrante non è solo quello degli sbarchi ma molto altro, lo straniamento è già avvenuto e il più è fatto. Abbiamo giocato molto sul concetto di "Sbarcare a Venezia": l'ironia è stata colta e l'accoglienza è stata calorosa.

L'origine dell'idea di Io sto con la sposa è uno degli aspetti più interessanti del film. Tu quando sei stata coinvolta nel progetto?
Dopo la tragedie di Lampedusa del 3 e 11 ottobre 2013 io e Gabriele Del Grande ci siamo trovati spesso a discutere del problema delle tratte che questi uomini e donne percorrono. Viaggiano migliaia di chilometri lungo tutta l'Europa, rischiando costantemente di essere fermati. Da qui l'idea della carovana nuziale. Gabriele, Antonio e Kalhed si sono detti: «Chissà se ai varchi fermerebbero anche il corteo di una sposa». All'inizio c'è stato un momento di indugio ma dopo qualche tempo mi è arrivata una mail di invito al “finto corteo”.

Dall'ideazione alla realizzazione, il tuo ruolo qual è stato?
Dopo questa e-mail, mi è stato solamente chiesto di partecipare al corteo e di invitare delle amiche. Donne, soprattutto. Si è pensato che gli uomini, in maggioranza, avrebbe potuto facilmente passare per trafficanti. La presenza di donne ben vestite ed eleganti, al contrario, avvalorava l'ipotesi di una festa di nozze. Ho coinvolto le mie amiche Chiara Denaro e Valeria Verdolini. Durante la realizzazione del film il mio ruolo è stato del tutto spontaneo, in linea con l'idea dei registi: mi sono limitata a conversare di un po' di tutto, in arabo, durante il viaggio.

Parliamo di questo elemento linguistico. Il film è girato in arabo, in lingua originale si direbbe. È una scelta di coerenza o cela delle intenzioni poetiche?
È una scelta legata alla quotidianità, il film doveva essere credibile anche come documentario. Inoltre è anche una scelta narrativa: abbiamo utilizzato la lingua dei protagonisti, questo sì. Va detto, però, che quando ci troviamo tra noi, con amici come Kalhed Soliman Al Nassiry alterniamo italiano e arabo. È stato del tutto naturale comunicare in questa lingua.

Io sto con la sposa è un documentario on the road. Come vi siete approcciati, da cast, a questa forma ibrida?
Ci siamo divertiti. L'idea era sin dal principio quella di un documentario distante dallo schema solito: intervista, materiali d'archivio, eccetera. Noi mentre giravamo, non avevamo mai la percezione di stare facendo un film. Si è da subito creato un clima familiare, anche con i tecnici, presto diventati “telecamere invisibili”. Il fatto che fosse un film on the road a me ha convinto particolarmente. Mi sono sentita invitata a un viaggio, prima ancora che a un documentario.

La scelta dell'automobile è legata solo al tipo di viaggio intrapreso?
L'automobile consentiva di dividere il cast in piccoli gruppi, creando dei fili narrativi, senza tuttavia perdere la dimensione collettiva e l'atmosfera familiare. Ogni auto era organizzata in modo da avere al suo interno un parlante arabo. Nella mia macchina (devo dirlo, la più chiassosa!) ero io: all'inizio mi preoccupavo di instaurare delle chiacchierate, pensavo a degli argomenti ma presto non ce ne è più stato bisogno e ognuno prendeva spazio nella conversazione come poteva, nella lingua che preferiva. Tutti i dialoghi sono momenti nati tra di noi, come veniva. Alla fine temo ci sia stato così tanto materiale fra cui selezionare che molte conversazioni, per me indimenticabili, nel film non hanno trovato spazio.

Come funzionava una giornata di riprese?
In ognuna delle tre automobili c'era una telecamera che riprendeva le conversazioni e, nelle soste, i momenti più divertenti o intensi. A fine giornata c'era spesso spazio per un confronto, scambi di idee, una breve programmazione dell'indomani. I registi guardavano qualcosa tra i girati. Io personalmente ho visto il film a metà montaggio ma non il prodotto finito inviato a Venezia.

Il crowdfunding in Italia è sempre più diffuso, ma Io sto con la sposa è stato un caso eccezionale: quasi 100mila euro in 60 giorni, grazie al contributo di 2.617 persone. Vi aspettavate che il film avrebbe avuto un così sentito successo, attraverso il finanziamento dal basso? Sinceramente? Io sì! Ho cercato di tenere per me la mia sicurezza, ma sin dal principio sapevo che il film sarebbe stato un successo. Personalmente, io sto con la sposa, ma in fondo ci sono sempre stata. Tutti noi ci stavamo già da prima. Solo che per accorgercene avevamo bisogno di sperimentare quanto potesse essere divertente l'esperienza di un film del genere.

di Aurora Tamigio
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