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Paris, Texas Speciale


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America: Wim Wenders dietro l'obiettivo

Dal 16 gennaio al 29 marzo 2015 Villa e Collezione Panza, Varese

C’è un giovane studente di medicina e filosofia che, dalla natia Germania, sceglie di trasferirsi a Parigi per diventare un artista. Non lo fa attraverso la scuola e la teoria, ma nell’antica maniera dell’apprendistato. Non è però solo la pittura ad affascinarlo, ma anche il cinema con la sua caleidoscopica mescolanza di tecniche e storie. Il viaggio è l’elemento che conduce alla scoperta degli orizzonti dell’Io, ciò che permette di tenere in mano la vita e formarsi come individui.

Non è sbagliato dire quindi che Wim Wenders, come cineasta, nasce nel 1966 a Parigi, nell’accogliente culla della Cinématèque Française e che i suoi primi film americani hanno origine dalla scoperta di un continente molto diverso da come promette d’essere e da come cerca di apparire. Prima ancora di essere ideologico o etico, il contrasto è estetico; solo lo sguardo del forestiero può immortalarlo.

Su questi concetti gioca la mostra America, organizzata dal FAI a Varese nella prestigiosa cornice di Villa Panza: l’occasione per creare, attraverso trentaquattro fotografie, un percorso che sia in grado di costruire una nuova percezione dello spazio. È infatti dal rapporto col luogo, soggetto principale di tutte le immagini, che Wenders cerca di partire per raggiungere un’emozione autentica che possa soverchiare il pastoso e stantio senso di autocelebrazione che costituisce l’appannato specchio nel quale si riflette la mentalità statunitense. Qualcosa di ben più profondo della desolazione accompagna le varie raffigurazioni, ovvero la consapevolezza che l’atto stesso della fabbricazione dell’ambiente sia destinato a un perpetuo stato d’inutilità. Manca la linfa vitale, l’attività umana che animi lo sguardo; per questa ragione è la rigorosa rigidità della geometria e della forma a prendere il sopravvento. Già alla prima occhiata lo spettatore vi può riconoscere la malinconica nitidezza, nonché l’ineguagliabile e sostanzioso contrasto cromatico, della pittura di Edward Hopper. Ecco ancora la sua opera trasposta su pellicola, ma con autentica deferenza e rispetto. La solitudine metropolitana diventa l’ispirazione della fotografia di Wim Wenders.

Si ritrovano già i riferimenti che saranno propri di tutta la prima parte della filmografia del cineasta europeo, eppure ancora non c’è cinema. Ci sono prima le emozioni e i posti che possono generarle e contenerle. Wim Wenders stesso ha dichiarato «I paesaggi danno forma alle nostre vite, plasmano il nostro carattere, definiscono la nostra condizione umana e se sei attento acuisci la tua sensibilità nei loro confronti, scopri che hanno storie da raccontare e che sono molto più che semplici luoghi». Alla luce di queste osservazioni assumono nuove sfaccettature opere come Paris, Texas (nel quale sono espressamente riconoscibili molti ambienti ritratti nelle fotografie) e diventa particolarmente chiaro come sia nata quell’incredibile storia di amore e incomunicabilità. Ancora più interessante è cogliere quale similitudine vi sia tra la ricerca di Wenders come fotografo e quella del grande maestro Sebastiao Salgado, non a caso oggetto dell’ultimo documentario del regista tedesco. Ambedue hanno davanti a sé soltanto una terra sconosciuta e la calibrazione della luce dentro un obiettivo, come unico strumento per renderla eternamente inesplorata. Ma se nell’opera di Salgado esiste anche l’approccio antropologico all’immagine, Wim Wenders percepisce il fattore umano solo in virtù di come è in grado di armonizzarsi con la natura che lo circonda. Tema caro anche all’artista americano Andrew Wyeth, che infatti viene espressamente citato, pur essendo semisconosciuto in Europa. America è un modo per conoscere meglio Wim Wenders e la sua poetica, ma anche un originale modo per viaggiare verso inediti orizzonti culturali.

Per informazioni: Villa Panza.

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