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Il racconto dei racconti, perchè è un capolavoro mancato

Il pregio c'è ed è subito da evidenziare: aver osato, aver cercato l’emozione, la sorpresa, persino la rivoluzione

Il racconto dei racconti - Tale of tales, intreccio di fiabe ispirato al seicentesco Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, si presenta innovativo, fresco, certamente curioso. Per comprendere l’opera di Matteo Garrone, va prima spiegata quella di Basile, preparata per il divertimento delle corti e scritta nel periodo più fiorente del barocco. Le fiabe – 50, in totale – sono percorse da valori moderni: l’indipendenza personale, la repulsione dei vincoli familiari patriarcali e delle regole regie, l’ambizione e il cambiamento individuale. Garrone ha scelto tre favole: La regina, La pulce, Le due vecchie.

E se vantaggio c'era, nel dirigere questo film, è la totale libertà d’espressione, di stesura e di interpretazione di un genere mai toccato prima dal cinema italiano. Per farla breve: Garrone aveva carta bianca. C’è da capire se l’ha riempita bene.

Scegliere di intrecciare e non alternare le tre fiabe si dimostra una scelta di successo. L’opera "divisa", non compatta, lascia sempre perplessità allo spettatore, che vuole invece esser ammaliato dal susseguirsi – inaspettato, ma pur sempre armonioso – delle trame. Del film colpiscono subito costumi e fotografia. I primi, opera di Massimo Cantini Parrini, sono fiabeschi nel vero senso della parola e fanno da cornice coerente - dolce e altrettanto realistica - ai personaggi. La seconda, a firma di Peter Suschitzky, mescola l'incanto e lo stupore del vero, valorizzando e mai distorcendo le splendide location che la trama propone a più riprese: castelli, boschi e paesaggi speciali in Puglia, Toscana, Sicilia e Lazio, per lo più sconosciuti. Del cast spicca, costantemente e meravigliosamente, l’espressività di Salma Hayek, regina di Selvascura, prima affranta e turbata, poi severa e premurosa con il figlio, concepito solo grazie ad un sortilegio. Altrettanto impeccabile è Tony Jones, re di Altamura alle prese con una passione sfrenata per i parassiti – specie pulci e sanguisughe – e una figlia da sistemare (l’esito sarà tragico). A concedere qualche risata è il donnaiolo Vincent Cassel, re di Roccaforte, irrefrenabile amante. La scelta di Garrone è perfetta: ogni attore è ben calato nella parte, la vive e la interpreta con coscienza. Altre scelte non sono riuscite così bene. Se ad accompagnare il film è l’estro musicale di Alexandre Desplat – fresco vincitore dell’Oscar alla miglior colonna sonora di Grand Budapest Hotel – vige l’obbligo di sfruttare al massimo le sue potenzialità. Ma pur essendo piacevoli, dolci e a volte anche ironici, i brani del compositore francese vengono sparsi qua e là con poca furbizia, lasciando molti, troppi vuoti facilmente colmabili con altrettanti pezzi. “Vuoti”, appunto: il grande problema de Il racconto dei racconti - Tale of tales è la quasi totale assenza di dialoghi. Garrone preferisce concentrarsi sulla perfezione dei suoi quadri, privandoli di una cornice che non faccia pesare allo spettatore il trascorrere del tempo. Così il film finisce per risentire di un ritmo basso, molto lento, che costringe il pubblico a una mostra fotografica quasi forzata: piena di colori, di simboli e di metafore, ma orfana di un comune denominatore che è – o almeno dovrebbe essere – l’intensità delle trame. Il racconto dei racconti - Tale of tales è un prodotto di qualità, unico nel suo genere e nell'epoca storica - e cinematografica - italiana, ma risulta imperfetto, mancato. Uno di quei film che, a raccontarlo, si prova sempre un pizzico di rimpianto.

di Riccardo Cotumaccio
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