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La fabbrica della gioia: Disney Pixar compie 20 anni

Da Toy Story a Inside Out: robottini, mongolfiere, ratatouille e più sogni per tutti noi.

Da un po' di anni, molto probabilmente, quando guardiamo una lampada da scrivania non vediamo più solo un elettrodomestico ma ci figuriamo la celeberima sequenza introduttiva targata Pixar. Quei pochi secondi, familiari ed emozionanti, ci fanno pregustare una nuova avventura: centillinata in mesi di clips, promessa, sfiorata, immaginata e montata ad arte dai trailers. Se siamo così carichi di aspettative, come ipersalivanti cagnolini di Pavlov, è perché sappiamo che ogni nuovo film Pixar è un regalo fatto di divertimento, riflessioni e tenerezze. Nel 2006 la principale macchina dei sogni dei nostri tempi, la Disney, ha fagogitato la casa di produzione californiana, dando vita a titoli noti e amatissimi.

Da Alla ricerca di Nemo a Inside Out. Molti storceranno il naso: roba da bambini, che fa ridere, ma nulla di più. Chi si tronfia di affermazioni così granitiche di certo non ha mai visto un film Disney-Pixar o, se lo ha visto, è rimasto davanti allo schermo in maniera superficiale e distratta. Del resto, la materia o la linfa che rende inconfondibili questi prodotti è molto complessa. A partire dall'animismo che pervade i personaggi, senza risparmiare nulla: giocattoli, macchine ma soprattutto gli animali – tutti antropomorfi – che si sono imposti in maniera prepotente in storie sempre diverse. Sia chiaro, nulla di nuovo: i cartoni fanno questo da sempre; e prima dei cartoni fiabe e favole davano voce a volpi e asini senza destare scandalo. La differenza essenziale è che se le volpi di Esopo sono sempre furbe, gli asini testardi e i leoni feroci, oggi i topolini e le formiche pixellati hanno il coraggio di sovvertire il sistema e cambiano le carte della loro biologia. Della tradizione. Prendiamo Ratatouille: se già pensare a un topo-chef sembra un paradosso, l'alta cucina diventa per l'indimenticabile Remì il modo di non sottostare alle pressioni della sua razza, alla datità della sua natura, alla volontà retrograda paterna. Il piccolo ratto potrebbe mettere da parte le velleità ed evitare la fatica di tentare, la paura del fallimento; compiacerebbe le aspettative della sua famiglia e baratterebbe una chimera per un luogo sicuro e certo. Ma per Remì la cucina non è una chimera. Per lui è l'unica strada; è un'ossessione irrinunciabile. Proprio lui che parte dal luogo più basso di Parigi per arrivare al più alto, vegliato e ispirato dalle luci della Tour Eiffel. A bug's life insegna che non importa quanto tu sia piccolo, quanto ti ritengano inadeguato: puoi sempre avere successo, anche se sei una formichina sbeffeggiata e imbranata su una microisola e potrai conquistare il cuore della principessa; un grosso bruco può mettere le ali e una dolce coccinella essere un duro. Si può emergere, si può cambiare, si può avere un lieto fine anche se sembra già tutto deciso. Basti pensare alla banda di giocattoli di Toy Story, capitanata dal cow boy Woody: dopo tre lunghi episodi e l'addio all'adorato Andy, trovano una nuova amica desiderosa di giocare con loro. E anche il simpatico vecchietto di Up, dopo una vita passata a far volare sogni e palloncini, quando sembra ormai tardi, si libra in aria e dà vita a una storia strampalata.

La complessità è una sfida inesauribile per la Pixar. Un personaggio come l'orso Lozo di Toy Story 3, apparentemente saggio e buono, è in realtà il leader spietato di un'istituzione totale di giocattoli ai suoi ordini. Sotto una pelliccia rosa che profuma di fragola nasconde un cuore ferito, un inconfessabile segreto: il giocattolo che tutti vogliono è stato abbandonato e da allora non è più lo stesso. Così come negli occhioni del robottino arrugginito Wall-e si riflette la volta celeste e tra un bullone e l'altro si incastra una coscienza, dono e condanna, che lo fa sognare e condanna a una straziante solitudine e all'angoscia del vuoto, in un pianeta morto, desolato, senza tempo. Né macchina né umano: lavora con il metodo e la dedizione che solo un robot può avere, ma si strugge e spera come solo un uomo può fare. Giochi, animali, macchine: personaggi materiali ma ricchi di coscienza, esuberanti, creativi, capaci di straordinarie imprese. Solo nel 2015 il materialismo si dissolve con l'ambizioso Inside out, quando i protagonisti diventano le emozioni e i meccanismi della crescita. Chi continua a credere che l'animazione sia banale o infantile, gli strenui difensori del razionalismo a tutti i costi dopo vent'anni di capolavori Pixar si devono essere finalmente ricreduti. E se così non fosse, pazienza: più robottini, più mongolfiere, più ratatouille e più sogni per tutti noi.

di Costanza Gaia
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