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Il piano-sequenza: alla scoperta dei long take più famosi del cinema

Da Hitchcock a Inarritu, fino al recente Victoria: quando il piano-sequenza diventa arte. Nel cinema di ieri e in quello di oggi.

Quando il filmmaking diventa arte, tra un cut e l’altro esiste un mondo. Quando in quel mondo cambiano spazi e piani, si parla di piano-sequenza (long take). Per dirla da manuale, il piano sequenza si ha «quando una sola inquadratura racconta gran parte di una scena, un’intera scena o più scene» (Miguel Lombardi): gli spazi e il tempo sono raccontati senza tagli, quindi senza l’uso del classico découpage del montaggio analitico. Attorno al 1950 André Bazin conia per la prima volta il termine plan-séquence per descrivere nuovi usi della macchina da presa a opera di Orson Welles e del direttore della fotografia Gregg Toland, nell'indimenticabile Quarto Potere del 1941.

Sette anni dopo, nel 1948, Alfred Hitchcock decide di realizzare un film con una sola, continua, inquadratura: Nodo alla gola.

La commedia cui il film è ispirato, Rope di Patrick Hamilton, aveva la stessa durata dell’azione, seguiva un andamento continuo dall’inizio di questa alla sua conclusione: il regista britannico vuole riprodurre abilmente questo artificio al cinema. Purtroppo il metraggio delle bobine non permetteva all’epoca di girare per più di una decina di minuti consecutivi e Hitchcock, da sempre grande sperimentatore di linguaggio, ottiene un film senza apparenti cut mascherando abilmente gli stacchi tra una bobina e l’altra. Da ricordare anche l’uso che fecero del piano-sequenza i grandi autori nel Neorealismo italiano e nella Nouvelle Vague, dove questo diventa importante strumento di trasgressione per raccontare la realtà: un esempio è Fino all’ultimo respiro, 1960, di Jean-Luc Godard.

Passando all’era del digitale, nel 2002 Alexander Sokurov è il primo a girare un film interamente senza l’impiego dell’analogico. Arca russa è un unico piano-sequenza di 96 minuti, riuscito, tra l’altro, al quarto tentativo, che accompagna un diplomatico francese nel percorso attraverso le sale del museo dell’Ermitage di San Pietroburgo e lungo la storia russa. Che dire, quindi, di Alejandro G. Iñárritu? Nel 2014 il regista messicano porta a termine un’opera molto simile a quella di Sokurov dal punto di vista formale. La ripresa continua di Birdman è un perpetuo flusso di coscienza del protagonista: al contrario di Arca russa, quello di Iñárritu non è un vero piano-sequenza di due ore - non segue il tempo reale, e alcuni stacchi sono camuffati – ma resta è una scelta di linguaggio che aderisce con assoluta coerenza alla narrazione. Infine, un piccolo gioiellino tecnico un po' meno noto: Victoria, 2015, di Sebastian Schipper. Il film ha vinto l’Orso d’Argento per la Miglior Fotografia alla 65° edizione della Berlinale. Girato in una notte a Berlino, le riprese sono iniziate alle 4.30, hanno coinvolto ben 22 locations in tutta la città, e si sono concluse alle 6.45. Senza mai un cut. La realizzazione del piano-sequenza presuppone una consapevole scelta di regia, che costringe lo spettatore ad abbandonare il punto di vista onnisciente dato dal montaggio del cinema classico e lo abbassa (o alza?) al livello dei personaggi, restituendo al pubblico la continuità percettiva del reale.

Se siete appassionati di piano-sequenza, se li conoscete tutti o se volete saperne di più, mercoledì 8 marzo, a partire dalle ore 19.30, a BASE Milano c'è un evento da segnalare: una serata a ingresso gratuito, durante la quale saranno proiettati i migliori piani-sequenza del contemporaneo, selezionati da AIR3 Associazione Italiana Registi e LongTake. Ovviamente, sarà una serata senza stacchi.

Per saperne di più:
Base Milano
Evento Facebook.

di Miriam Gregorio
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