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I caratteristi, le spalle del cinema italiano

Da Mario Brega a Gigi Reder, passando per i fratelli Giuffrè: le "spalle" hanno contribuito al successo di Verdone, Villaggio e persino Totò. Ma oggi, che fine hanno fatto i caratteristi?

Un film può essere visto per molteplici ragioni ma, nella maggior parte dei casi, si presta attenzione al cast prima ancora che alla trama. Alcune storie si ripetono ciclicamente al cinema, ma la scelta di un interprete piuttosto che di un altro può rendere una trama nota qualcosa di originale e intrigante. Tant’è che, molto spesso, specie nel nostro Paese, parecchi attori vivono di rendita: una credibilità e riconoscenza guadagnata con la fama costruita nel tempo. Ma non si tratta sempre di protagonisti.

Ci sono casi in cui un attore comprimario diventa fondamentale e balza in primo piano. La spalla che diventa eroe. Volendo citare Nolan, nel finale del terzo e ultimo capitolo Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno, è un po’ come quando Robin subentra a Batman. E di Robin, per così dire, l’Italia è piena: interpreti scritturati per accompagnare le star, che si sono rivelati talvolta molto più che incisivi, con relativi oneri e onori davanti alla macchina da presa. Tra gli appassionati c'è chi ricorda il film Borotalco (1982) più per Mario Brega che per Carlo Verdone, regista e protagonista del film. Lo stesso vale per Un sacco bello (1980). Se fossimo in un gruppo in cui si sta parlando della commedia all’italiana, tra giovani e adulti, qualcuno comincerebbe a chiedersi «Come so’ ‘ste olive?» e automaticamente la risposta sarebbe «So’ greche». Allo stesso modo, se ci trovassimo in casa con amici, nell’attesa che esca il caffè, automaticamente potremmo sentire qualcuno che piccato si erge: «Agelicu’, facce er caffè, fallo bono come ‘o sai fa te». Tutte queste battute, frasi di rito, sono entrate nella quotidianità al pari di tormentoni capaci di entrare in testa e non uscire più. Proprio come le persone che le hanno pronunciate per la prima volta, i cosiddetti «caratteristi»: «Sono attori che rivestono un carattere umano, che incarna un personaggio vivo e non una macchietta; attori che abitualmente non ricoprono parti da protagonista, ma sono dotati di eccezionale forza interpretativa, con o senza sottolineature tipiche», così il critico Ermanno Comuzio soleva definirli. Interpreti capaci di ridare dignità e slancio all'intreccio narrativo con una vis comica piuttosto intraprendente.

Carlo Verdone è in effetti tra i registi che ha fatto dei caratteristi un proprio vessillo, soprattutto nei suoi primi film. Dei perfetti assist-man, che davano una quadratura all’intero contesto scenico. Non solo Mario Brega, anche Fabrizio Bracconieri, Angelo Bernabucci, Angelo Infanti e tanti altri. Quel che colpisce ancora di più della perfetta resa nei ruoli designati, sono gli aneddoti che hanno portato alla loro collaborazione. Molte scene sono nate prendendo spunto da spaccati di vita vissuta. Ecco il carattere umano a cui si riferiva Comuzio. Celebre fu il sodalizio Verdone-Brega proprio per la spontaneità dei due. Ancora oggi, nell'ambiente viene ricordato il loro incontro, avvenuto a casa di Sergio Leone, tra casse di generi alimentari ortofrutticoli e schiaffoni affettuosi e riconoscenti: le stesse "pizze" (come si chiamano a Roma) Verdone le riporta sullo schermo quando fa vestire a Mario Brega i panni del padre cinico e spaesato di un figlio hippie; oppure quelli di Augusto, il suocero truce di Borotalco; fino alle più celebri vesti del “Principe” camionista romano incontrato durante l’epopea elettorale in Bianco, Rosso e Verdone (1981). Se gli schiaffoni di Brega sono passati alla storia perché, abbinati alla sua mimica, potevano “esse ferro e piuma”, un altro che di schiaffi – scenici – se ne intendeva (per averli presi, però) era Bombolo. Al secolo Franco Lechner, meglio conosciuto come spalla di Tomas Milian, Enzo Cannavale e Pippo Franco. Interpretò ruoli comici grazie al regista Bruno Corbucci, tutte gag basate principalmente sulla fisicità, sulla mimica facciale, sull'utilizzo dell'onomatopea (famoso il suo «Tze-tze»), del turpiloquio e del dialetto romanesco. Bombolo divenne famoso soprattutto per aver interpretato il personaggio di Venticello, ladruncolo e informatore della polizia, nella serie poliziesca dell'ispettore Nico Giraldi, in cui appare in nove degli undici film realizzati.

Spostandoci più a sud – verso Napoli –, oltre a Cannavale e Antonio Allocca, ricordiamo Gigi Reder, portato alla ribalta in teatro da Peppino de Filippo e, al cinema, da Paolo Villaggio nel ruolo celebre del ragionier Filini. Carlo Giuffrè e il fratello Aldo Giuffrè sono stati spesso spalla di Totò. Insomma, da nord a sud, passando per il centro, il nostro Paese è un laboratorio continuo di caratteristi. Anche se la tendenza contemporanea mostra che questa figura stalentamente scomparendo. Oppure, in questa fase storica, non è messa troppo in risalto. Forse ultimamente manca qualcuno di tanto incisivo e tagliente, come gli interpreti del passato; oppure i progetti cinematografici nascono in maniera più rapida, dando alla luce volti nuovi che, però, sono disposti solo a primeggiare. Nessuno vuole mai fare il gregario, perché nella mentalità comune (un po’ miope) il comprimario è considerato meno rilevante. Eppure il cinema italiano (come anche il cinema in generale) deve moltissimo a questa categoria di artisti, derivanti direttamente dalla tradizione teatrale della commedia dell'arte: senza questi ruoli molti film mitici della nostra commedia sarebbero sicuramente meno interessanti. Cosa sarebbero infatti i vari Pane, amore e… senza Tina Pica? E quanto mancherebbe a I Soliti ignoti (1958) senza Tiberio Murgia o Carlo Pisacane? E, ancora, La banda degli onesti (1956) senza Giacomo Furia? Tante collane cinematografiche avrebbero qualche perla in meno, quelle sfumature che rendono unico un film.

di Andrea Desideri
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