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Ridi, Pagliaccio: i clown più spaventosi della storia del cinema

Con il nuovo It (quasi) alle porte, ripercorriamo la storia di una delle figure più terrorizzanti del nostro immaginario

«Si vide alzarsi e indietreggiare e fu allora che una voce gli parlò da dentro lo scarico, una voce assolutamente plausibile e piuttosto simpatica: "Salve, Georgie”» - It, Stephen King.

Oramai un trentennio è passato da quando il piccolo Georgie rincorreva la sua barchetta in una mattina piovosa nel centro di Derry e Stephen King regalava a generazioni di lettori nuovi motivi per restare svegli la notte. Trent'anni fatti di incubi ricorrenti, riletture e degenerazioni dello stesso - interminabile - orrore. Eppure, mentre il trailer del primo, vero adattamento cinematografico di It ci rigetta di colpo ai terrori dell'infanzia, la figura del pagliaccio omicida torna ciclicamente, come una maledizione, a tormentare i nostri sogni. Coulrofobia.

Così pare si chiami la paura persistente, anormale e ingiustificata per i clown. Perlomeno, questa è la definizione da quando Stephen King e il suo poderoso romanzo hanno deciso di sovvertire una volta per tutte l'essenza di questi simpatici, innocui buffoni. Ma non solo di Pennywise sono fatti questi incubi. Più di un demone – spesso e volentieri ben più vecchio dello spauracchio degli anni Ottanta – si nasconde dietro a quei ghigni e a quelle risate stentate. Un mostro sfaccettato che si perde nei meandri della nostra cultura popolare, tra romanzi, fumetti, TV, cinema e Storia.

Freak Show
A pensarci bene, forse, c'è sempre stato qualcosa di inquietante in quelle figure bonarie e un po' tristi, come se quegli strati di trucco e quei nasi spropositati non fossero espedienti per divertire i bambini, ma piuttosto servissero a nascondere occhi ferini e fauci fameliche dietro a un'apparenza più che mai rassicurante. Un'anima di orrore, degenerazione e morte il cui senso di inquietudine e di tragedia incombente si poteva già indovinare nel ghigno paralizzato del Gwynplaine di Conrad Veidt, sfigurato e sfortunato fenomeno da baraccone ne L'uomo che ride di Paul Leni. É un disagio, quello del clown, che trova le sue radici proprio in un passato popolare fatto di fiere, circhi itineranti e abominevoli freak show. Un passato che - senza dover stare a scomodare i Freaks di Tod Browning - si ripresenta ciclicamente sino a oggi, vuoi in prodotti seriali come l'American Horror Story: Freak Show di Ryan Murphy (in particolar modo nella figura omicida del clown Twisty), vuoi - cambiando continente e medium - nei deliri franchisti e grotteschi dell'Alex de la Iglesia di Ballata dell'odio e dell'amore e dei suoi pazzi clown.

Fuori dal tendone
Ma è quando il clown esce dal circo che le cose cominciano a complicarsi. La creatura di Stephen King, di cui il pagliaccio Pennywise è solo la più iconica delle manifestazioni, è un salto definitivo nell'abisso, e il Male, ora soprannaturale e onnisciente, si diffonde a macchia d'olio in tutte le sue declinazioni. E se la prima e (ancora per qualche mese, almeno) unica versione live action dell'oscura creatura dell'autore del Maine non è certo memorabile – sebbene la miniserie TV del 1990 resti, a suo modo, una sorta di cult, grazie soprattutto all'inquietante interpretazione di Tim Curry – le occasioni perché questa figura emerga in tutta la sua forza distruttiva non mancano di certo. Dalle comparsate di pupazzi più o meno demoniaci come quello visto nel Poltergeist di Tobe Hooper, alle degenerazioni ibride e assurde di film come Killer Klowns from Outer Space dei Chiodo Brothers, fino alle contaminazioni tra cinema e fumetto del dimenticabile Spawn di Mark A.Z. Dippé e della sua nemesi clownesca e infernale Violator, il clown abbraccia definitivamente la sua natura, divenendo l'incarnazione stessa del Male.

Un Male cieco e sempre più assurdo, personificazione di una totale e caotica insensatezza (come non pensare al Joker e alle sue molteplici versioni cinematografiche) che trova nelle degenerazioni della contemporaneità il suo circo ideale. E mentre questo orrore esplode nella sublimazione di un intero immaginario in un film bizzarramente cronemberghiano come Clown, in cui il Mostro diviene il costume stesso, ecco emergere dalle fantasie redneck e cinefile di un Rob Zombie appena prestato al cinema, l'iconico, lercio e deviato Captain Spaulding, nel clamoroso esordio de La casa dei 1000 corpi. Con Rob Zombie la maschera del clown torna a rivestire il suo ruolo perturbante, in un tripudio splatter e sanguinario senza precedenti, che ha nell'esasperazione di 31 – sorta di survival horror dove i clown (una menzione speciale va almeno fatta per il sadico Doom-Head) non possono che essere sanguinari, assurdi cacciatori - la sua apoteosi.

Oltre lo schermo
E se fosse proprio l'universo derivativo e ipercitazionista di 31 a essersi fatto, paradossalmente, specchio del reale, ispirando quegli episodi di isteria collettiva che, in prossimità dell'ultima festa di Ognissanti, avrebbero visto in diverse cittadine degli States minacciosi e violenti individui truccati da clown aggirarsi per tranquilli sobborghi residenziali? D'altronde, la realtà si è sempre confusa con la finzione in queste degenerazioni del nostro immaginario. E non è affatto un caso che siano state proprio le terribili gesta del serial killer John Wayne Gacy o, meglio, del suo alter ego Pogo il Clown – responsabile di aver violentato, torturato e ucciso più di trenta giovani adolescenti negli anni Settanta – a ispirare Stephen King per il suo Pennywise. Tra tendoni da circo e schiamazzi, scherzi innocenti e sanguinosi omicidi, la figura del clown è così passata indenne attraverso mode, generi e confini sapendo, all'occasione, ora reinventarsi, ora rituffarsi in un terrorizzante effetto nostalgia, nello scambio continuo tra un mondo e l'altro. In un giorno di pioggia, allora, forse è meglio stare alla larga dagli scarichi. Potrebbe uscirne un palloncino colorato.

di Mattia Caruso
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