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Il pianeta delle scimmie: storia di un'epopea cinematografica

Iniziata nel 1968 e arrivata fino agli anni Duemila, Il pianeta delle scimmie è una delle saghe fantascientifiche più longeve e feconde nella storia del cinema

Per quanto non possa vantare il medesimo grado di notorietà di Star Wars o Star Trek, Il pianeta delle scimmie rappresenta indubbiamente una delle saghe fantascientifiche più longeve e feconde nella storia della Settima Arte.

Composta in tutto da nove capitoli cinematografici, ai quali poi vanno affiancate le due serie televisive prodotte negli anni Settanta (una live action, l'altra animata), l'epopea de Il pianeta delle scimmie ha esordito sul grande schermo nel 1968, anno in cui Franklin James Schaffner dirige il primo storico episodio, concepito in origine come titolo a sé stante ma destinato a generare, grazie al successo di critica e di pubblico, una vasta e ricca discendenza.

Ispirato all'omonimo romanzo di Pierre Boulle (ma non mancano riferimenti anche a L'essenza e la scimmia di Aldous Huxley), Il pianeta delle scimmie narra la vicenda di un gruppo di astronauti i quali, a seguito di un lungo viaggio nello spazio, atterrano in un mondo in cui gli uomini paiono regrediti a uno stato ferino e primitivo (tanto da ricordare gli yahoo di Swift), mentre i primati hanno sviluppato una civiltà complessa e articolata, basata sulla distinzione in caste e dotata di proprie istituzioni politiche, scientifiche e religiose. Foto Articolo
Il paradossale rovesciamento dei rapporti di forza tra regno umano e regno animale consente a Schaffner di realizzare uno dei film più corrosivi e dissacranti del periodo, in grado di demolire aspramente il mito del progresso e condannare senz'appello la violenza fisica e morale intrinseca alla nostra specie, sino a sfociare in un finale che, per la sua carica apocalittica e inquietante, è stato giustamente celebrato come un capolavoro della distopia.

Insieme al coevo 2001: Odissea nello spazio, Il pianeta delle scimmie ha rappresentato un autentico spartiacque cinematografico, capace di elevare la science fiction al rango delle grandi produzioni hollywoodiane e conferire massima dignità artistica ad un genere che, se fino a quel momento era stato considerato di "serie B", giungeva ora a trasformarsi in discorso d'avanguardia, pregno di considerazioni etiche e sociali di fatto precluse ad altre tipologie di pellicole.

Sulla scia dell'entusiasmo per il primo episodio, nel 1970 venne girato da Ted Post L'altra faccia del pianeta delle scimmie, sequel che prosegue il filo narrativo dell'originale introducendo nuove situazioni e personaggi. Pur inferiore al capostipite, l'opera risulta valida e altrettanto disturbante, al punto che la relativa conclusione può essere considerata una delle più crude e catastrofiche dell'intera storia del cinema.
Foto Articolo
L'anno successivo fu quindi la volta di Fuga dal pianeta delle scimmie di Don Taylor, capitolo al quale si deve il ricongiungimento della saga alla linea temporale della nostra epoca: immaginando che i due studiosi scimpanzé Zira e Cornelius abbiano viaggiato a ritroso dal futuro e siano sbarcati negli Usa degli anni Settanta, la pellicola descrive il crudele trattamento subito dai primati e la loro disperata lotta per l'accettazione e la libertà. In questa sede compare per la prima volta la figura di Cesare, figlio della coppia di protagonisti, che diverrà la guida della ribellione globale delle scimmie contro l'oppressione umana.

Tale ribellione costituisce il fulcro delle vicende del quarto film, 1999 - Conquista della Terra (di John Lee Thompson, 1972), l'episodio più cupo e feroce della serie, incentrato sulle torture inflitte dagli uomini alle scimmie e sull'inevitabile rivolta che conduce quest'ultime alla presa del potere; a questo segue Anno 2670 - Ultimo atto, diretto nuovamente da Thompson nel 1973, che mostra le violenze e le lotte intestine che Cesare deve affrontare, all'indomani della nascita della società scimmiesca, per garantire una pacifica convivenza tra le due specie.

Per quanto l'opera sembri consegnare un apparente messaggio di speranza, la conclusione è ancora una volta segnata dal pessimismo, chiudendo idealmente il cerchio della saga e ricongiungendosi con ciò al primo capitolo.
Con il termine della pentalogia originale, occorrerà attendere l'inizio del nuovo millennio perché la saga faccia nuovamente il suo ritorno sullo schermo cinematografico. A occuparsi dell'operazione è in primo luogo Tim Burton, autore di Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie (2001), controverso remake che non fa breccia nel cuore degli appassionati e della critica, pur presentando un comparto scenografico e visivo di notevole fattura.

Dieci anni più tardi fa quindi il suo debutto la trilogia dei reboot composta da L'alba del pianeta delle scimmie (2011), Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie (2014) e The War - Il pianeta delle scimmie (2017), il primo diretto da Rupert Wyatt, gli altri due per mano di Matt Reeves. Collocati tra gli eventi del terzo e del quinto episodio originali, i nuovi film pongono le basi per un diverso sviluppo della serie rispetto al passato, immaginando che il progressivo declino della civiltà umana e l'inizio di quella scimmiesca prendano avvio da esperimenti condotti in laboratorio anziché da un paradosso temporale.

Il risultato è un trittico cinematografico spettacolare e coinvolgente, che se da un lato finisce per smussare i toni più polemici e mordaci dei predecessori, dall'altro lato compensa tale perdita con una maggiore epicità d'azione e significativi rimandi al contesto storico-politico attuale. A tornare nei panni del protagonista assoluto è lo scimpanzé Cesare, eroico condottiero cui giovano la realizzazione in computer grafica e l'ottima interpretazione di Andy Serkis.

In un mondo dilaniato dall'intolleranza e la paura del diverso, da minacce pandemiche e conflitti incessanti, la figura di Cesare, a dispetto delle sue sembianze animalesche, si staglia come ultimo baluardo contro il precipizio nella barbarie e la perdita di ogni residua traccia di umanità. In questo modo si adempie, ancora una volta, il fatale destino della saga de Il pianeta delle scimmie: i primati hanno infatti vinto in partenza la loro battaglia, poiché prima ancora dell'effettiva presa del potere, sono riusciti a conquistare le simpatie e il sostegno univoci dello spettatore.

di Davide Tecce
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