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Via col Vento Editoriale


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Via col vento: il fascino «indelicato» di Rossella O'Hara

Dopo Charlottesville, il cinema Orpheum di Memphis ha deciso di rimuovere il capolavoro di Victor Fleming dalla programmazione: 78 anni dopo l'uscita in sala, è ancora un film "scandaloso"?

Arriva verso la fine di questa estate caldissima la notizia che l'Orpheum Theatre, uno dei cinema storici di Memphis (Tennessee), ha deciso di rimuovere dal proprio cartellone estivo Via col vento, il capolavoro di Victor Fleming del 1939. La famosa sala cinematografica si è giustificata dicendo che, visto il clima americano sempre più teso, e alla luce dei recenti eventi di Charlottesville, tenerlo sul grande schermo sarebbe risultato «indelicato».

Sembra in effetti che, dopo la proiezione dell'11 agosto, sull'Orpheum Theatre si siano abbattute feroci critiche: «Il film è razzista», si lamenta qualcuno, e Via col vento dice addio a Memphis almeno per tutto il 2018.
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Questo fatto di cronaca illumina di nuova luce il capolavoro di Victor Fleming. Da una parte, infatti, resta uno dei film più famosi della storia del cinema, pluricitato ed eternamente trasmesso in tv (sebbene di solito spezzato in due insopportabili serate, piene di pubblicità); dall'altro lato, però, è anche uno dei più sottovalutati, considerato da molti un romance per signore. Ma oltre alle frasi romantiche con cui riempire i cioccolatini, deve esserci qualcosa di più profondo in Via col vento se, ancora oggi, si decide di rimuoverlo da una sala cinematografica.

Datato 1939, tratto dal romanzo omonimo di Margaret Mitchell, il film è ambientato durante la Guerra Civile Americana, nel Sud: è la storia dell'ascesa, della caduta e — di nuovo — della risalita dell'inaffondabile Rossella O'Hara, figlia di proprietari terrieri.

Quando la sua strada si incontra a quella dello scaltro avventuriero Rhett Butler, il drammone è assicurato.
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Nel 1940 è con questo film «razzista» che Hattie McDaniel, la fedele Mammy, è la prima attrice afroamericana a vincere un Premio Oscar (da aggiungere alle altre nove statuette collezionate dalla pellicola). E pensare che alla première, il 14 dicembre 1939 ad Atlanta, non era stata neanche invitata. Del resto, secondo le leggi segregazioniste della Georgia sarebbe stata l'unica nera in platea.

Considerando le polemiche che negli ultimi anni — nei nostri Stati Uniti post-Obama — hanno investito Hollywood, giudicata sempre troppo "bianca", l'Academy Award alla McDaniel all'inizio degli anni Quaranta è un evento quantomeno straordinario. Forse basterebbe questo a rendere Via col vento il film più adatto da proiettare dopo Charlottesville. Ma quello di Victor Fleming resta comunque un dramma bellico, in cui la protagonista sta dalla parte dei cattivi, degli schiavisti, che poi sono anche gli sconfitti. Via col vento non ha solo un primato black: si tratta probabilmente del primo grande colossal raccontato come un woman's drama. Per quanto il maschilismo imperante a Hollywood abbia portato l'onnipresente produttore David O. Selznick a dimenarsi tra registi e sceneggiatori pur di realizzare un film machista che esaltasse il divo Clark Gable, alla resa dei conti se scendete per strada a chiedere chi sia Rhett Butler è possibile che non tutti lo sappiano. Ma vi sfido a trovare qualcuno che non abbia, una volta nella vita, sentito parlare di Rossella O'Hara.

Rossella è un personaggio femminile moderno come mai ce ne sono stati nel cinema di ieri (ma a dire il vero si fa fatica a trovarne un equivalente anche in quello contemporaneo). Una fanciulla frivola, una pessima madre, una donna compromessa, audace, cinica, qualche volta volgare, spesso spietata, disposta a tutto per il proprio obiettivo. Obiettivo che, peraltro, va contro i piani della Storia. Fu lo stesso Fleming a definirla, senza troppi giri di parole, «fondamentalmente una puttana».
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Per la prima volta al cinema, in un film destinato al grande pubblico, e dunque anche alle donne, viene presentata una figura femminile con la quale l'identificazione è controversa ma, senza dubbio, eccitante. Non dovremmo stare per nessun motivo dalla parte di Rossella ed è vero che in più di un momento finiamo col detestarla. Ma la sua forza, che supera quella del co-protagoista maschile e di qualsiasi altro uomo del film, finisce per vincere. Perchè, nonostante il finale lacrimoso, non assistiamo mai alla sua definitiva sconfitta.

Rossella O'Hara rappresenta la ricostruzione: in un'America che crolla, lei oltrepassa ogni limite (fisico, di genere, del buongusto, della morale comune) per una causa egoistica, che mai è parsa così necessaria. E, alla fine dei conti, Rossella è buona o cattiva? Bella domanda. Un po' come chiedersi che razza di idea sia nel 1939, a un passo dall'entrata in guerra degli Stati Uniti, portatori di democrazia, produrre un colossal che invece esalta i valori schiavisti. Oppure rimuovere dal cartellone di un cinema del Sud il film che per primo ha visto un'attrice nera vincere l'Oscar. Paradossi. Simili a quelli di cui vive il personaggio di Rossella.

di Aurora Tamigio
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