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Dalla Cina con furore: wuxiapan parte II, dagli Shaw Brothers ad Ang Lee

Continuiamo a parlare di cinema cinese e del genere wuxia, la sua ascesa dagli anni Sessanta a oggi

Fino agli anni Sessanta il cinema di Hong Kong era prevalentemente in lingua cantonese. Sono anni decisivi: Run Run Shaw, giovane produttore cinese, trasforma la casa di produzione di famiglia nello studio mandarino Shaw Brothers.

La grandezza di questi studi, oggi punto di riferimento per il cinema wuxia, risiede nelle capacità imprenditoriali del suo creatore. Istituisce un sistema fordista dell'organizzazione del lavoro, basato sull'utilizzo della tecnologia della catena di montaggio; crea un'azienda con quasi 2000 dipendenti e soprattutto istituisce un ufficio marketing, il primo in assoluto in oriente.

La Shaw Brothers trova la sua consacrazione grazie al recupero dei classici, appunto i wuxia, che si distaccano dai precedenti Shenguai wuxia, di genere fantastico, per dedicarsi ad un approccio più realistico. Mantieni l'odio per la tua vendetta di Chang Cheh, del 1967, raggiunge incassi record paragonabili allo star system hollywoodiano, umiliando di fatto i film cantonesi al botteghino e consentendo alla giovane casa di produzione di ampliare i propri confini, arrivando a produrre un film come Blade Runner di Ridley Scott.
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Il 2000 è l'anno della consacrazione dei wuxiapian: Ang Lee dirige La tigre e il dragone, che raggiunge un successo planetario e permette di apprezzare questo genere anche all'Occidente (nonostante accenni di wuxiapian fossero riscontrabili in film come Grosso guaio a Chinatown di John Carpenter del 1986).

Ang Lee, rispetto ad altri grandi registi del wuxiapian, preferisce concentrare la propria attenzione soprattutto sulle xia nu, ossia le donne cavaliere, un po' come faceva King Hu.

Da qui in poi il Wuxiapian ha ovviamente subito diverse variazioni e modifiche in rapporto ai tempi, passando da un genere più fantastico a uno più realistico e divenendo quindi soggetto per le pellicole più disparate. Ma si conferma come un genere cinematografico indispensabile.

di Alfredo De Vincenzo
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