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Memoria e futuro: il cinema racconta la Shoah

Da Notte e nebbia a Paradise: i film sull'Olocausto, una guida alla visione

A partire dal 1956, anno di realizzazione dello sconvolgente documentario di Alain Resnais Notte e nebbia, realizzato unendo vari filmati tratti dagli archivi delle Forze alleate con immagini girate direttamente dal regista francese sui luoghi della deportazione, il cinema ha trattato il tema della Shoah in maniera capillare, utilizzando vari registri. Opere drammatiche, per lo più, ma non sono mancate commedie come La vita è bella di Roberto Benigni o più riuscito Train de vie - Un treno per vivere del rumeno Radu Mihaleanu, rilettura ironica ma pungente della Shoah.

Purtroppo non sempre i film dedicati allo sterminio di massa perpetrato dai nazisti nei confronti di ebrei, oppositori politici, zingari, omosessuali e testimoni di Geova sono stati all'altezza del tema trattato. A volte le aspettative sono andate in parte deluse. Come nel caso de La tregua di Francesco Rosi (1997) film che non riesce a rendere a pieno l'intensità emozionale dell'omonimo libro di Primo Levi.

Tutte queste opere, più o meno artisticamente valide, sono tuttavia importanti in quanto testimonianza di ciò che avvenuto e monito alle generazioni future, che dovrebbero avere sempre ben presente che quanto accaduto allora può succedere ancora.

Perché, come ha scritto Moni Ovadia in Da Auschwitz a Srebrenica, via Rwanda, sua lucida introduzione al libro di Luca Leone e Riccardo Noury Srebrenica: la giustizia negata (Infinito ed., 2015): «Il virus dell'odio razziale è sempre presente nella razza umana. E noi ne siamo i portatori, sani o infetti».
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La recente uscita sugli schermi italiani di Paradise, del regista russo Andrey Konchalovskiy, visto a Venezia e accolto molto favorevolmente dalla critica, tanto da conquistare il Leone d'argento per la regia, fa ritornare d'attualità - se mai ce ne fosse bisogno - il tema dell'olocausto analizzato con l'occhio della macchina da presa.

Tuttavia in Paradise più che al dramma dei deportati nei campi di sterminio, in cui comunque si svolge buona parte del film, si dà ampio risalto ai risvolti psicologici tra i personaggi principali. Ed è proprio questo a rendere l'opera di Andrey Konchalovskiy anomala nel filone dei film sulla Shoah. Il regista analizza il rapporto fra la vittima, un'ebrea russa internata in un campo di sterminio e il carnefice, un ufficiale delle SS per il quale, pur di sopravvivere, la donna si trasforma in oggetto sessuale sottomessa al suo dominio.

Come tutti i film sull'Olocausto, anche Paradise è un film sul Potere, su chi lo esercita e su chi lo subisce. Un Potere fatto di violenza fisica sui corpi ma anche - e soprattutto - di violenza psicologica. Con questa devono fare i conti gli esseri umani che, come dice lo stesso Andrey Konchalovskiy «hanno tre diversi livelli di esistenza: il livello più infimo, quello bestiale, e il livello più alto, idealistico. E poi c'è il livello di mezzo, dove si dimena gran parte della nostra specie, dove si incontrano l'angelo e il diavolo».
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Soprattutto nella prima parte del film il regista russo rende tutto piuttosto straniante, lasciando lo spettatore come sospeso, quasi impossibilitato a partecipare emotivamente a quanto sta accadendo: si è osservatori di un orrore che, proprio perché ripreso in maniera fredda e poco coinvolgente, diventa ancora più raccapricciante. Lo stesso, gelido raccapriccio, che si percepisce ne Il figlio di Saul dell'ungherese László Nemes (2015) che, pur trattando lo stesso tema dei campi di sterminio, è realizzato in maniera completamente diversa. Tutto giocato su primi piani e su una macchina a mano che segue passo a passo il protagonista, un "sonderkommando" (uno di quei prigionieri addetti alla rimozione dei cadaveri dalle camere a gas e alla loro cremazione), il film di Nemes fa sprofondare lo spettatore nell'orrore pur lasciandolo come traccia sullo sfondo, in secondo piano.

Spesso il cinema ha attinto dalla letteratura sulla Shoah per realizzare pellicole divenute famose. Alcuni esempi: Il diario di Anna Frank (George Stevens, 1959); La scelta di Sophie dell'americano Alan J. Pakula (1982), inserito dall'American Film Institute fra i cento migliori film americani di tutti i tempi; il delicato Arrivederci ragazzi (Louis Malle, 1987); Jona che visse nella balena di Roberto Faenza (2002); Il pianista di Roman Polanski (2002), tratto dall'autobiografia di Wlatlyslaw Szpilman.
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Sono film in grado di parlarci di olocausto in maniera asciutta e priva di retorica, ma non per questo meno coinvolgente. Cosa che, in parte, non era riuscito a fare Steven Spielberg con il suo Schindler's List (1993), anch'esso tratto da un'opera letteraria, Schindler's Ark di Thomas Keneally: quest'ultimo film, un grande successo di pubblico e critica, per certi versi rischia di offuscare altre pellicole di notevole impatto sia dal punto di vista emotivo sia da quello realizzativo. Si pensi, ad esempio, a La passeggera (1963), capolavoro del cinema polacco, mai terminato per l'improvvisa morte in un incidente stradale del regista Andrzej Munk e poi ricostruito dai suoi stessi collaboratori mediante il raccordo del materiale già girato con immagini fisse e una voce off.

Un film che colpisce per la sua capacità, a poco più di quindici anni dalla fine di quelle atrocità, di analizzare in maniera lucida il rapporto fra vittima e carnefice. Tema questo che sarà poi ampiamente ripreso negli anni a venire in molte pellicole. Per non dimenticare, quindi. Ecco il vero senso di tutta la cinematografia sull'olocausto, la quale non può non "fare i conti" con Shoah (1985) il monumentale film-documentario di Claude Lanzmann della durata di quasi dieci ore, che comprende innumerevoli testimonianze raccolte direttamente dal regista in vent'anni di ricerche a superstiti ebrei, ex-nazisti e testimoni polacchi.

Film importante perché dà voce direttamente ai protagonisti di quell'immane tragedia, anche se non scevro da critiche, come quelle del saggista e filosofo bulgaro Tzvetan Todorov che nel suo saggio Di fronte all'estremo (Garzanti, 1992), asserisce: «A più riprese Lanzmann si dichiara ostile a ogni tentativo di "comprensione" della passata violenza».
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Secondo Todorov, per Claude Lanzmann «C'è qualcosa che … rappresenta uno scandalo intellettuale: il tentativo di capire, storicamente, come se ci fosse una sorta di genesi armoniosa della morte … l'assassinio, sia esso individuale o di massa, è un atto incomprensibile... Ci sono momenti in cui capire è pura follia».

E continua Todorov: «Lanzmann rifiuta di paragonare l'olocausto a un evento passato, presente o anche futuro e difende la tesi della "sua unica singolarità». Sbagliando, perché dall'Olocausto a oggi genocidi paragonabili a quello della Shoah, anche se non con quei numeri drammatici, nel mondo ve ne sono stati. Anche molto vicini a noi, come testimoniano le oltre 10000 vittime bosniaco-musulmane trucidate nel giro di una settimana a Srebrenica nel luglio 1995, durante la guerra nella ex-Jugoslavia. Ecco quindi che i film sull'Olocausto rappresentano un patrimonio imprescindibile per coltivare la memoria allo scopo di capire l'oggi e, soprattutto, preservare il domani.

di Marcello Perucca
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