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Black Panther Editoriale


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Black Panther e la critica: facili entusiasmi, banalità e strafalcioni

Non capita spesso che un cinecomic accontenti pubblico e critica, ma almeno quest'ultima dovrebbe mantenere la giusta prospettiva: secondo noi, invece, con l'ultimo Marvel non è andata così

Dopo la premiere di Black Panther la critica (più o meno autorevole) non ha mancato di decretare - ancora una volta - che l'ultimo arrivato è «il miglior film della Marvel». Tralasciando per un attimo il gusto personale, è curioso come manchi alla maggior parte delle opinioni su questo film un pensiero strutturato. E sempre più spesso, quando si parla di un film, vengono persi di vista il contesto e il confronto con altre opere della stessa caratura.
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Peter Treves di Rolling Stone ha scritto che Black Panther «eleva l'evasione del cinema fino a un livello vicino a quello dell'arte, non avete mai visto nulla di simile nella vostra vita». Una frase del genere ha senso nel 1977 accostata a Star Wars: Episodio IV - Una nuova speranza o nel 1999 parlando di Matrix, film che hanno davvero rivoluzionato il cinema visivamente e concettualmente.

Ma nel 2018 possiamo davvero sbalordirci davanti a un cinecomics?

Forse per un film come Blade Runner 2049, dall'estetica ineccepibile, dove ogni inquadratura è confezionata come se fosse un quadro in movimento (non per niente, nomination ai prossimi Oscar per Miglior Scenografia e Miglior Fotografia), si può azzardare il paragone con l'opera d'arte. Discorso analogo si può fare per il cinema di Nicolas Winding Refn, Wes Anderson, David Fincher; ma, con tutto il rispetto per Ryan Coogler, l'accostamento tra Black Panther e l'arte è davvero un po' forzato.
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Brian Truitt di USA Today afferma che il film è denso di «scene d'azione pazzesche»: io se leggo così penso subito a The Raid. Invece lo scontro finale di Black Panther, tra il protagonista e Killmonger, mi ha ricordato quando da bambino facevo menare i miei pupazzetti, sbattendoli ovunque per poi farli rialzare incolumi.

Questa perdita di fisicità, di sforzo fisico, di sensazione di dolore ha trasformato i supereroi in personaggi di gomma. Lo spettatore non teme mai per la loro vita perché non li vede mai soffrire. Inoltre l'eccesso di CGI rende tutto ancor più artificioso e rarefatto. Come ha dichiarato Jason Statham in una recente intervista: «La Marvel potrebbe prendere mia nonna, darle un mantello, metterla davanti a un green screen, fare entrare gli stuntman e lasciare che ci pensino loro a fare tutto. Con 200 milioni di dollari e ottimi effetti speciali l'azione è tutt'altro che autentica».

E pensare che alla regia stavolta c'era Ryan Coogler, il cui film precedente è il muscolare Creed - Nato per combattere, spin-off di Rocky, in cui compare un combattimento sul ring di quasi 5 minuti in un unico piano-sequenza.
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Ma tornando agli abbagli della critica, più grave ancora è quando i recensori mettono in mostra la loro cultura. Kenneth Turan del Los Angeles Times scrive che «il film tocca temi profondi come il razzismo e l'oppressione». Ebbene, dall'Enciclopedia Treccani definizione di razzismo: "Concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze".

Se avete visto il film sarete d'accordo che di questi temi non vi è alcuna traccia. Scappa - Get Out era un'interpretazione del razzismo, ma questo sottotesto in Black Panther semplicemente non c'è.

Ma gli errori più spudorati li ha sfoggiati la critica italiana. Qualcuno ha etichettato Black Panther come «il primo supereroe afroamericano della storia del cinema». Niente di più falso: prima di lui abbiamo avuto Luke Cage e Black Lighting su Netflix; nel 2004 la Catwoman di Halle Berry (correzione anche per chi definiva Wonder Woman il primo film ad avere una supereroina come protagonista); ancora prima l'intera trilogia di Blade, sempre targata Marvel. Tutti supereroi di colore.

E poi - una volta per tutte - Black Panther non è afroamericano, ma africano, nativo dallo stato immaginario del Wakanda. Infine, qualcuno ha inventato che il movimento delle Pantere Nere è stato ispirato da questo supereroe: la prima apparizione di Black Panther avvenne nel luglio del 1966 sul numero 52 de I Fantastici 4; le Pantere Nere vengono fondate a Oakland nell'ottobre dello stesso anno ma il nome e il simbolo derivano dalla preesistente Organizzazione per la libertà della contea di Lowndes, in seno alla quale i membri del futuro Black Panther Party iniziarono a organizzarsi.

Viceversa Stan Lee ha avuto modo di dichiarare che il nome del suo personaggio si ispira all'animale che accompagnava l'avventuriero protagonista di una serie di racconti pulp letti quando era adolescente. Ergo: è semplicemente un caso di omonimia. Come ho avuto queste informazioni? Ma con una semplice ricerca su Google. Sarebbe bello che anche la critica abbinasse all'arte dell'opinione un po' di sana documentazione.

di Marco Filipazzi
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