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Dalla Cina con furore: Wuxiapan, il cinema magico di Tsui Hark

Torniamo a parlare di Cina e di wuxiapan, con il maestro più innovativo del genere: il regista Tsui Hark

Tsui Hark è forse il regista più innovativo del genere wuxia, quello più verosimilmente legato alla tradizione, che elimina tutti i trucchi antichi delle corde invisibili che fanno volare, la notte e la nebbia che rendono astratti gli spazi, le azioni sceniche ereditate dall'Opera di Pechino e portate al cinema prima da King Hu e poi da Ang Lee. Dona alle sue pellicole un aspetto magico, sovrannaturale, che riporta alla mente i primissimi wuxia con antagonisti eclettici e sopra le righe ed eroi ingegnosi e saggi.

Il suo primo film, The butterfly murders (1979), racconta del castello di Shum assediato da un misterioso sciame di farfalle assassine e di un eroe intento a risolvere l'intricato caso. A distanza di 32 anni una delle sue ultime opere, Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2011), ha per protagonista un investigatore intento a scoprire le cause delle strane morti avvenute per le "tartarughe di fuoco", insetti inventati per l'occasione.
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Entrambi wuxia fantasy con note di mistero, si differenziano da altri film del genere per la loro natura stessa, in cui vengono contrapposte una politica plausibile, con note storiche, e la fantasia della vicenda raccontata. Specie in Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma l'elemento magico, rappresentato non solo da questi insetti che creano autocombustione, ma anche dal bazar fantasma piuttosto che dal cervo ventriloquo, si mescola sagacemente alla storia della prima imperatrice donna, la Regina Wu, e a tutti gli intrighi di corte di un popolo abituato ad essere governato da uomini.

Tsui Hark, sin dal primo film, ha dimostrato di essere a proprio agio con le macchinazioni eversive, riuscendo a creare pellicole in cui la collocazione dei protagonisti all'interno della scacchiera narrativa rimane incerta e ambivalente.
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Ma l'aspetto più interessante, e riscontrabile in molte pellicole di Hark, è appunto quello magico e fantastico.

In entrambi i film infatti ci si pone davanti a un bivio: scienza vista come magia o uso della natura per spaventare i nemici? Partendo dall'antico assioma cinese tian ren he jie, traducibile con "l'uomo e il cielo rispondono alle stesse leggi", è importante sottolineare come la Medicina tradizionale cinese sia strettamente legata a magia, scienza e misticismo, tanto che molte sono le pratiche magico-alchemiche atte a scacciare il maligno.

L'alchimia in oriente, in particolare proprio in Cina, ha radicate origini nel taoismo e ha dato vita, attraverso l'alchimista di corte Ge-Hong durante la dinastia Jìn (263 - 420 d.C), allo studio di Yin/Yang, delle cinque Sostanze, dei cinque Movimenti, del Qigong, del Taijiquan (meglio noto come Tai Chi) e di tutte le pratiche che compongono i "sette rami" della Medicina Tradizionale Cinese.
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Questo spunto storico è necessario per comprendere meglio le intenzioni di Tsui Hark quando scienza e magia si mescolano, sconfinando in territori finora inesplorati. La magia rimane sempre razionalizzabile, come lo è il cervo parlante di Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma svelato infine come ventriloquo.

Diverse sono le situazioni di Warriors from the magic Mountain (1983) e The legend of Zu (2001), che attingono a piene mani dalla mitologia cinese e in cui la magia assume un aspetto più totalitario e meno realizzabile. In particolare in Warriors from the magic mountains, film che ha ispirato fortemente Grosso guaio a Chinatown (1986) di John Carpenter, Tsui Hark si diverte con lo spettatore a prendere tutto ciò che è reale per renderlo irreale: così la pellicola appare come un bombardamento neuronale da cui inevitabilmente si esce spossati.

Non esiste più una versione razionale, né un confronto tra scienza e magia in cui vince l'elemento spiegabile; ma solo spettri dagli occhi rossi, castelli incantati, maghe senza paura, statue enormi che si muovono. Un trionfo magico e sovrannaturale che contrasta fortemente con una visione più naturalistica che aveva accennato in altre pellicole. In Cina la magia viene considerata un'arte, praticata da più di 2000 anni, con un'interruzione significativa durante il periodo maoista che riteneva la magia degradante e anticomunista.

Non è raro sentire parlare di elisir dell'immortalità (si pensi anche al film The Myth di Stanley Tong), di culto dei morti, di spiriti maligni, di riti della fertilità. Questo perché la tradizione cinese vuole che la magia, anche essa secondo i dettami Zen, sia possibile solo con un controllo della propria mente ed un esercizio costante e sia quindi parte integrante della cultura.

Tsui Hark si ciba di tutto ciò in due maniere differenti: se da una parte l'elemento razionale ha sempre la meglio, dall'altra l'elemento magico diviene unico vero protagonista. Hark si volta indietro, guardando con nostalgia e rinnovato interesse ai valori ed alle ideologie più pure dei Wuxia, fondando questa ricerca non solo nei combattimenti, ma anche attraverso l'autenticità del recupero dell'elemento magico che sembrava essere perduto.

di Alfredo De Vincenzo
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